Rap…Porti tesi sulle Aree

L’opposizione all’accorpamento di Messina, Milazzo e Gioia Tauro, Crocetta la metterà per iscritto. Ma si punta sul ricorso alla Corte costituzionale per bloccare la procedura. Che si è trasformata in scontro politico

PALERMO. A sostituirlo al vertice di Roma al quale parteciperanno gli altri governatori che protestano per la riforma dei porti se non sarà l’assessore Mariella Lo Bello, andrà quello alle Infrastrutture Giovanni Pistorio. “Ha scelto lui – ironizzano i detrattori – perché ha il vocione grosso”. Ma rischia di essere un’arma a doppio taglio. Pistorio fa parte dell’Udc in aperto scontro con Crocetta per l’accorpamento di Messina e Milazzo con Gioia Tauro, Crocetta metterà il suo dissenso per iscritto prima in una nota ufficiale di protesta, poi in un ricorso alla Corte costituzionale mirato a bloccare una decisione presa senza che lo stesso governatore fosse sentito, come prevede lo statuto siciliano.

Scelte logistiche

“Con questa decisione sono state prese a calci nel sedere le città metropolitane della Sicilia” sintetizza Crocetta. Come dire: si è “svenduto” un pezzo pregiato della Sicilia per qualche poltrona. Una risposta indiretta all’ex ministro D’Alia che la settimana scorsa aveva accusato Crocetta di fare gli interessi di imprenditori privati, il gruppo Franza.

I riferimenti di Crocetta, neanche troppo velati; sono alla promessa, non smentita, della carica di segretario generale dell’Autorità Portuale di Gioia al vicepresidente della commissione Trasporti della Camera, Vincenzo Garofalo, deputato di Ncd. La presidenza è invece è assegnata a un esponente Udc della Calabria, già individuato.

Ma dietro le sceneggiate che hanno portato il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone a chiedere scusa ai calabresi per le accuse di N’drangheta nei porti, ci sono anche scelte logistiche e politiche.

Logistiche perché da una prima fase che prevede secondo la riforma di portare da venticinque a otto i porti, questi sono ridiventati sedici per accontentare, in più parti d’Italia, Savona compresa, le esigenze di gestione delle aree. Scelte non sempre in linea con le nuove rotte aperte dal Canale di Suez che ridisegnano il mercato dall’Africa verso il Nord-Europa e viceversa.

Un ruolo importante nella logistica delle navi-container, il cosiddetto mercato “transhipment”, potrebbe giocarlo come Gioia Tauro, Milazzo: ha la posizione strategica e i pontili per attirare questo tipo di transito verso il Nord Europa che si salderebbe alla vocazione commerciale di Messina.

La questione accise

Ma sul piano più strettamente politico ci sono anche i gettiti delle accise, provenienti dall’area industriale di Milazzo, che oggi valgono un tesoretto di ottanta milioni di euro in cassa all’Autorità Portuale di Messina. Una “dote” che in caso di accorpamento rischierebbe solo di azzerare le perdite, ad avviso del governatore, del Porto di Gioia Tauro, in profondo rosso per il calo del transito delle navi mercantili.

Altro elemento a sfavore della Sicilia, il fatto che la riforma crei nuovi organismi di gestione, come i comitati portuali, dove sono chiamati ad esprimere i loro voti i sindaci: quindi tra i cinque voti previsti, Messina e Milazzo saranno sempre in minoranza sulle decisioni più importanti, perché il sindaco del piccolo Corigliano Calabro “peserà” quanto la città metropolitana di Messina.

Il sindaco di Milazzo Giovanni Formica sta già impugnando il provvedimento, la stessa cosa meditano di fare a Trapani dove non vedono di buon occhio l’accorpamento a Palermo: il sindaco Fazio ha già inviato al presidente Crocetta un duro documento di protesta.

Insoddisfatti anche a Pozzallo, il primo porto che guarda verso il Nord Africa, perché ancora non sono state delimitati ruoli e funzioni della “complementarietà” con i porti “orientali” di Catania che con la riforma faranno capo all’autorità “core” di Augusta.

E dire che da appena venti anni la regione Sicilia è stata socia della Interporti di Catania, incaricata di creare tutte le infrastrutture verso la logistica ferroviaria in raccordo con il Porto di Termini Imerese. Ma vent’anni di progettazione non hanno ancora portato al completamento definitivo di nessuna infrastruttura: il mercato, come lo sviluppo, può aspettare: prima vengono le poltrone.

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