Ripartire a tutta birra, da operai a nuovi padroni

Domenico Sorrenti, presidente della Cooperativa Birrificio Messina: «Ormai tutto è pronto. A gennaio abbiamo provato i macchinari, mentre ora stiamo avviando la produzione. Saremo un punto di riferimento per l’economia della città e un tratto dell’identità e dell’orgoglio di essere siciliani».

Fonte – Famiglia Cristiana

Da disoccupati a imprenditori di un colosso siciliano che affonda le radici nel tempo: il sogno diventerà ben presto realtà.

A distanza di un secolo dalla nascita dello storico stabilimento, la Cooperativa Birrificio Messina tornerà a produrre la birra siciliana conosciuta in tutto il mondo. Dopo anni di lotte, sacrifici, annunci, attese e delusioni, i 15 operai divenuti imprenditori debutteranno sul mercato nel mese di febbraio con tre marchi di birra.

Domenico Sorrenti (Mimmo per gli amici e i colleghi) è l’instancabile presidente della cooperativa. La sua gioia è infinita e l’attesa per l’inizio della nuova avventura imprenditoriale è spasmodica:

«Ormai tutto è pronto. A gennaio abbiamo provato i macchinari, mentre ora stiamo avviando la produzione. Saremo un punto di riferimento per l’economia della città e un tratto dell’identità e dell’orgoglio di essere siciliani».

L’originale etichetta “Birra dello Stretto” rappresenterà un concreto ringraziamento dei lavoratori nei confronti di Messina. Gli altri due marchi saranno la “Doc 15 cruda” (non pastorizzata, dal gusto fruttato e con i profumi del malto) e la “Doc 15 lager” (detta “luppolata”).

Ma perché il numero 15 sarà il protagonista assoluto del Birrificio Messina? «Esiste una ragione simbolica», spiega Sorren ti. «Noi lavoratori siamo in 15, l’anno di creazione del primo stabilimento della Birra Messina è il 1915 e l’anno di presentazione ufficiale della nostra cooperativa all’Expo è il 2015».

Un secolo fa, dunque, nello stesso anno in cui l’Italia partecipò alla Prima guerra mondiale, in Sicilia fu costruito il primo stabilimento antesignano dell’attuale Birrificio Messina.

Otto anni dopo, nel 1923, in piena epoca fascista, la famiglia Lo Presti -Faran da fondò la Birra Trinacria, la cui denominazione fu modificata prima in Birra di Sicilia e poi finalmente in Birra Messina.

Divenuta celebre in tutto il mondo, grazie anche alle comunità di italiani emigrati, l’azienda messinese nel 1988 fu acquisita dalla Dreher Spa di Milano e poi inglobata da Heineken Italia.

Con la multinazionale olandese, la produzione raggiunse traguardi storici, superando i 600 mila ettolitri al mese.

La lenta decadenza iniziò nel 1999, quando il gruppo decise di spostare l’attività in Puglia e di utilizzare lo stabilimento messinese solo come impianto di imbottigliamento, con una produzione di circa 500 mila ettolitri annui, in gran parte destinati al mercato siciliano.

Nel 2007, l’amministratore delegato di Heineken Italia Spa, con un comunicato, annunciò alle maestranze e alle federazioni sindacali la cessazione definitiva delle attività produttive dello stabilimento messinese e il trasferimento delle unità lavorative in altre sedi sparse sul territorio nazionale.

In seguito all’annuncio di chiusura dello stabilimento e alle dure proteste sindacali, i Faranda (gli eredi della dinastia di imprenditori siciliani che fondò la Birra Trinacria nel 1923) iniziarono le trattative per l’acquisto.

Alla fine di dicembre del 2007, la Heineken Spa cedette il vecchio birrificio alla Triscele Srl, guidata da Francesco Faranda.

Nel 2011 per i 42 lavoratori della ex Birra Messina iniziò il calvario: prima il cambio di destinazione d’uso della zona (che divenne residenziale); poi le lettere di licenziamento, la mobilità e la cassa integrazione; infine, la disoccupazione.

Quindici di loro non si arresero e occuparono la zona con un presidio permanente per un anno e mezzo, finché ottennero che la Regione apponesse il vincolo di interesse storico ed etnico – antropologico.

Da quel momento iniziò la rinascita: nacque la Cooperativa Birrificio Messina, con un capitale sociale di circa due milioni di euro, derivante dai trattamenti di fine rapporto dei lavoratori, ma anche dai fondi raccolti dal sindaco Renato Accorinti e dalla Fondazione Comunità di Messina guidata da Gaetano Giunta.

«È fresca, bionda e spumeggiante! Ha 100 anni ma non li dimostra! È la birra di casa nostra!» L’ideatore dello slogan di questa birra è Salvatore Bardetta, responsabile caldaie, soprannominato “il poeta del birrificio”.

Bardetta racconta con orgoglio i sacrifici suoi e dei compagni di lavoro: «La ristrutturazione è merito nostro, perché ci siamo improvvisati muratori, elettricisti, idraulici, falegnami e abbiamo smaltito l’amianto presente a spese nostre e della Fondazione Comunità di Messina».

La storia a lieto fine del Birrificio Messina è raccontata anche nel volume Lavorare senza padroni. Storie di operai che hanno fatto rinascere le imprese, scritto dal giornalista Angelo Mastrandrea (Baldini Castoldi Dalai).

Secondo Mastrandrea, «serve tanto coraggio, bisogna non aver nulla da perdere e tanta inventiva, nel grande oceano della globalizzazione. Fingendo di attendere un medico che in realtà non c’è, i figli della crisi che sta devastando l’Italia e l’Europa hanno un sogno: lavorare senza padroni».

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