Almeno 24 milioni di ragazzi cinesi sono dipendenti da Internet. Per disintossicarli il governo di Pechino li spedisce in basi a strutturale militare dove sperimentano la disciplina

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Il dottor Tao Ran la chiama «l’eroina digitale». E quando vuol far capire bene ai suoi giovanissimi pazienti del centro di riabilitazione di Pechino in che tunnel si sono ficcati, scandisce che la droga si è insinuata nei loro cervelli, diminuendone il volume in diverse aree, danneggiando la comunicazione tra i neuroni.

«E sapete che cosa abbiamo scoperto? C’è una relazione negativa tra il restringimento della massa cerebrale e la durata della vostra dipendenza da internet». Il world wide web, la Rete che ci connette con il mondo, può diventare una droga che disconnette dalla realtà.

Gli scienziati cinesi hanno anche coniato un termine in mandarino per definire la malattia: wangyin, la dipendenza dalla Rete.

Non c’è consenso unanime nella comunità medica internazionale. Gli americani non hanno ancora catalogato la passione sfrenata per internet come “disturbo clinico”, dicono che servono ulteriori studi, prove documentali. E per il momento hanno inserito la voce solo in un’appendice dell’America’s Diagnostic Statistical Manual.

A Pechino invece non hanno dubbi e sostengono che 24 milioni di cinesi, nella stragrande maggioranza ragazzi, sono malati, Internet-assuefatti.

Altri 18 milioni sono a rischio grave. Sembrano numeri incredibili, ma bisogna pensare che in Cina ci sono 688 milioni di persone collegate a internet, tra queste 620 milioni lo usano via smartphone e il tempo di navigazione medio è valutato in 3,7 ore al giorno.

Di sicuro, psicologi e psichiatri cinesi hanno esperienza in materia.

Torniamo al dottor Tao Ran, che è uno psichiatra, un pioniere della disintossicazione da eroina digitale. Ma è anche un colonnello dell’Esercito popolare di liberazione.

Il suo centro di riabilitazione di Daxing, alla periferia di Pechino, è stato aperto nel 2004. Si chiama «Base per lo sviluppo psicologico dell’adolescente». E sembra una base militare: la struttura era proprio una caserma dell’esercito prima di essere trasformata in centro di riabilitazione.

Gli internauti-internati sono ragazzi tra i 13 e i 20 anni portati da famiglie disperate perché i loro figli passavano le giornate incollati allo schermo, smettevano di studiare, giocavano interminabili videogame, scommettevano online, arrivavano a rubare per pagarsi la passione.

Il percorso di cura ha anche molte caratteristiche militari: i pazienti vestono in mimetica, corrono ogni mattina all’alzabandiera, fanno esercitazioni fisiche, marciano in plotoni, sono messi di ramazza, vengono addestrati all’uso delle armi (finte): secondo i terapeuti cinesi è meglio inseguirsi all’aria aperta e spararsi con mitra-giocattolo piuttosto che stare attaccati alla console di un videogame.

Una vita “sana” per disintossicarsi dal wangyin che secondo Tao oltre a danni cerebrali provoca calo della vista, dolori a schiena e spalle, disordine alimentare, sintomi comuni a chi si droga. Il colonnello dice di aver guarito 8mila ragazzi in dieci anni: da tre a otto mesi al campo, e si ritorna “normali”.

La sua Base è diventata famosa, protagonista del documentario israeliano Web Junkie.

Un paziente, Wang Yuchao, 16 anni, racconta che era arrivato a giocare dieci ore al giorno a World of Warcraft; in una sessione di cura familiare il padre ammette di aver cercato di accoltellare il figlio, ma «solo per spaventarlo e farlo tornare obbediente»; poi ricorda che non c’era più modo di comunicare, «era diventato peggio di un estraneo»; il ragazzo ribatte che «a casa mi sentivo di non esistere, su Internet ho amici che si interessano di me».

Il documentario non ci dice come sia finito il percorso di Wang Yuchao e del padre.

La Base del dottor Tao ha fatto scuola: in Cina ne sono state create altre 250 almeno.

Ma uno di questi campi di rieducazione dall’abuso di Internet (non collegato a quello di Pechino) è finito in cronaca nera: Deng Senshan aveva 15 anni nel 2009 quando i genitori lo portarono al centro di cura di Nanning, nel Guangxi.

Fino a un paio d’anni prima l’adolescente era stato un bravissimo studente, l’orgoglio di mamma e papà; poi aveva scoperto gli Internet café: lì passava tutto il suo tempo dopo la scuola, spesso fino a notte; il padre allora gli comprò un computer («Così almeno stava a casa»), ma le cose peggiorarono: «Non dormiva, non faceva i compiti, quasi non mangiava, sempre incollato a un videogioco».

Ultima speranza il campo di recupero. Un mese di cure al costo di 7mila yuan (mille euro, un sacco di soldi in Cina).

Deng ci entrò una mattina di agosto: «Vedrai, poche settimana e starai meglio, intanto ti abbronzi», gli disse la mamma salutandolo, per cercare di incoraggiarlo.

Dodici ore dopo, Deng Senshan era già morto. L’inchiesta ha accertato che, appena preso in consegna dai “consulenti” in divisa nera, Deng è stato chiuso in una stanza e riempito di botte. Il centro di Nanning è stato chiuso, 13 persone arrestate.

Tao Ran è uno strizzacervelli in uniforme militare, ma questo è il ruolo che interpreta di fronte ai ragazzi, per scuoterli. Quando parla ai genitori cambia tono.

Spiega che la Cina di oggi soffre di problemi sociali e psicologici, parla dei figli unici imposti dalla pianificazione familiare (la legge del 1980 è stata abolita solo quest’anno), ricorda che le aspettative dei genitori generano ansia, che la globalizzazione ha imposto nuove sfide e aumentato all’eccesso la competitività.

«Sapete quanto sono soli i vostri figli? E dove guardano per trovare amici? In internet, perché sanno che nella vita reale non possono diventare eroi. Né avere le soddisfazioni che cercano».

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