Carmelo Bene, il poeta nascosto: le opere letterarie del grande rivoluzionario

A quattordici anni dalla sua morte, Bene non può che continuare a sorprendere con le sue scritture da rileggere e recuperare, spesso dedicate al suo “Sud del sud”.

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Ignorato? Meglio dire, trascurato, quasi dimenticato: il Carmelo Bene letterato meriterebbe una nuova sessione di studi dedicata alle sue parole scritte, in prosa e in versi.

Artista poliedrico con una dichiarata propensione verso l’infinito, Carmelo non può che continuare a sorprendere, infatti, anche molto dopo la fine del suo passaggio terreno (il 16 marzo 2002, esattamente 14 anni fa), con le sue scritture da rileggere e recuperare, spesso dedicate al suo “Sud del sud”.

«Grande innovatore del teatro, attore, regista, uomo di teatro a tutto tondo e teorico, Carmelo Bene come scrittore, autore di opere letterarie andrebbe riscoperto – spiega Antonio Lucio Giannone, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università del Salento – ci sono opere narrative che lui stesso ha definito “romanzi o racconti”, il più noto dei quali è “Nostra Signora dei Turchi”, e poi opere poetiche tra cui la più importante è il poemetto “’l mal’ de’ fiori” uscito nel 2000 (scritto durante i ricoveri in ospedale), che provocatoriamente rivolta il titolo di Baudelaire. Le “grandi opere” vennero poi pubblicate nella collana dei classici Bompiani nel 1995 con una presentazione ufficiale”.

Bene comincia a pubblicare sin da giovane…

«Certamente, il romanzo “Nostra Signora dei Turchi” venne pubblicato da Sugar a Milano nel 1966, una fantasmagorica rivisitazione dell’epopea otrantina, da cui venne fuori una trasposizione teatrale e poi nel ’68 il film barocco in parte girato a Santa Cesarea. Poi interessante è anche del ’67 “Credito italiano V.E.R.D.I.” altra opera narrativa con spunti autobiografici. È del ’76 il volume “A boccaperta” che conteneva lo scritto a “Giuseppe Desa da Copertino”, dedicato, scrive Bene, “al più grande Santo tra i Santi, colui che eccede la santità stessa”, cioè quello che Bodini chiamò il “monaco rissoso”. Non sarà un caso che Bene e Bodini si frequentarono a lungo nel periodo romano e nella loro poetica affiorano temi in comune, identitari della propria terra. Poi, dopo tanti scritti per il teatro, c’è “Lorenzaccio” dell’86 che è una rielaborazione personale di testi antichi e storie medicee alle quali era appassionato. Accanto alle tante in prosa, c’è poi la poesia».

In pratica le sue opere letterarie coprono l’arco della sua vita, parallelamente alle produzioni teatrali. È del 2000 “’l mal de’ fiori”, due anni prima di morire.

«Fu stampato in ottomila copie da Bompiani, in una bellissima edizione, e lo rivelò sotto questa veste nuova. È una poesia completamene diversa da quella a cui siamo abituati perché il suo scopo era “dire l’indicibile” attraverso la scrittura. C’è quindi un’operazione straordinaria sul linguaggio perché lui rifiuta la lingua usata quotidianamente che ritiene inadeguata a raggiungere un senso “altro”. Così inventa una lingua più adatta che prevede lo scardinamento di strutture foniche, semantiche, sintattiche, uno stravolgimento del linguaggio che non ha eguali nel nostro secolo. Nel poemetto c’è greco, latino, italiano, provenzale, francese antico, spagnolo, inglese e poi i dialetti italiani, dal lombardo al siciliano. Non mancano versi in dialetto salentino, come in “Ahi! Nu’ parlamu d’osce marammie!”. La varietà di lingue, registri stilistici, l’uso di figure retoriche ricchissimo, una padronanza della metrica, un gioco di citazioni sin dal titolo, riferimenti intertestuali, uno straordinario lavoro sulla scrittura rendono ardua la decifrabilità del testo. Conviene abbandonarsi e godersi musicalità e ritmo di questi scritti, anche perchè la phonè è centrale in tutta la sua opera. Va detto che c’è uno scritto inedito, “Leggenda”, finora mai pubblicato».

Un’opera poliedrica e sempre sorprendente

«Sì, Carmelo Bene è mediaticamente conosciuto per gli show televisivi di Maurizio Costanzo, le ultime Lecturae Dantis, per il teatro e cinema, ma la sua opera è davvero articolata e ha uno spessore profondo tutto da studiare, pochi studiosi lo hanno veramente approfondito. Simone Giorgino dottore di ricerca dell’Università del Salento si è occupato di Bene letterato in “L’ultimo trovatore”, che è uno dei pochi studi su questi argomenti. È buona l’idea di intitolare piazze e teatri a Bene, ma è importante per noi avviare studi sistematici sulla sua opera. La sua cultura eccezionale lo rendeva uno studioso di valore, e la sua enorme biblioteca che in parte è custodita a Lecce presso le Suore benedettine (il resto è a Roma), lo dimostra. Ci sono i maggiori autori mondiali, classici di ogni tempo e di ogni paese, intere collane, storia della religione, dell’arte, della filosofia, una vastità generi che lui studiò e che diventarono evidentemente le sue fonti».

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