Addio Web aperto: adesso è una gabbia

La Rete era nata come un mare in cui navigare liberi da un sito all’altro. Oggi invece è sempre più un sistema di canali chiusi, da cui l’utente fatica a uscire, ovvero la negazione esatta dei principi alla base della rivoluzione Internet

Fonte – l’Espresso

È facile finire nella trappola di Netflix. Un episodio di una serie tv tira l’ altro, perché il servizio Internet – da poco sbarcato in Italia – ci mostra il successivo in automatico, senza peraltro chiederci il permesso. “Binge watching” si chiama nel gergo e qui il termine “binge” ha già perso l’ accezione negativa, che aveva con il cibo e l’alcol (è un «consumo compulsivo e incontrollato in un breve lasso di tempo»).

Mediaset, che della seduzione tv qualcosa conosce, ha subito imitato la funzione automatica nel proprio, analogo, servizio Infinity. Ma non si tratta soltanto di tv su Internet.

Gli esperti si sono resi conto che questa è la nuova frontiera di tecniche con cui tutti i servizi digitali riescono a catturarci: con interfacce e funzioni fatte apposta per “auto-perpetuarsi”.

«A ogni passo, nel mondo digitale, troviamo servizi o app che in realtà sono ecosistemi totalizzanti, tutti congegnati per monopolizzare la nostra attenzione e per non farci uscire da lì», spiega Nicola Strizzolo, docente di sociologia presso l’Università di Udine.

E dal momento che il digitale si fa sempre più intermediario di diversi aspetti della nostra vita, il fenomeno dell’ intrappolamento influenza tutto.

L’app di appuntamenti Tinder ci chiede se vogliamo continuare a cercare un partner anche subito dopo avere scoperto che piacciamo a una persona che ci piace. L’importante è restare connessi all’app, non uscire a incontrare qualcuno.

Facebook è un libro con pagine infinite: non c’è un fondo alla sequenza di contenuti, potremmo starci ore trovando sempre qualcosa da leggere o un video da guardare. E, ormai, è fatto in modo di tenerci all’ interno della piattaforma anche se clicchiamo sui link che portano al resto della Rete: un sistema chiuso, lontano dal Web inteso come navigazione aperta.

La musica su Internet all’inizio era download: un atto preciso e consapevole, quasi come l’ acquisto di un cd. Adesso è diventata soprattutto streaming: ascolto ininterrotto di brani che spesso la piattaforma sceglie per noi. E ancora: la scelta di uno smartphone non è neutrale.

Equivale a legarsi a un preciso ecosistema (Google-Android, Apple o Microsoft). Comporta interagire di continuo con servizi tutti correlati tra loro, della stessa azienda (dal browser Chrome al motore di ricerca Google, alle mappe Google Maps sono tutti link diretti).

Il mondo di quell’azienda può continuare a farci compagnia anche quando il cellulare è ben riposto: facendo capolino sugli smartwatch che abbiamo al polso.

A pensarci bene, è paradossale: è la negazione esatta dei principi alla base della rivoluzione Internet. Il pluralismo di fonti e servizi, sempre aperti all’ esterno (adesso invece si è portati a entrare in silos verticali senza porte né finestre). Il continuo rimando all’ interattività e alla compartecipazione degli utenti.

Al contrario, adesso si può sfogliare Facebook con la passività con cui si è sempre fatto zapping in tv. «Ma è interesse dei giganti catturarci completamente, in un’ epoca in cui l’attenzione degli utenti è materia prima scarsa», ricorda Strizzolo.

In passato l’hanno fatto semplicemente contando sulla massa dei grandi numeri: stiamo in Facebook e non ce ne andiamo perché è lì che troviamo tutti i nostri amici (in termini tecnici si chiama “effetto rete”). Adesso invece i big perseguono questo obiettivo con meticolose scelte tecniche che sono al limite della manipolazione.

«Bisogna ora porci tutti il problema del potere che i big digitali hanno di manipolarci. Soprattutto, grazie a una concentrazione mai vista di dati degli utenti», dice Andrew Odlyzko, matematico dell’Università del Minnesota, specializzato nell’analisi degli aspetti sociali di Internet.

I dati permettono ai big di conoscerci meglio e di generare quindi un circolo virtuoso. Possono offrirci servizi più personalizzati, più adatti alle nostre esigenze. Persino, senza aspettare la nostra richiesta (vedi Google Now su smartphone, che anticipa i nostri bisogni).

Così ci spingono a restare ancora di più in quell’ecosistema, che ci conosce così bene, e quindi possono accumulare altri dati su di noi: i maestri di quest’ arte sono Google, Facebook, Amazon.

Il fenomeno, senza correttivi esterni, può solo accelerare.

Trova futura frontiera di applicazione sui dispositivi che indossiamo (oggi gli smartphone, domani i vestiti), nelle case e nelle auto, con il paradigma della “Internet delle cose”.

Ogni oggetto viene dotato di chip e connessione. I big come Google e Amazon stanno già costruendo ecosistemi con al centro i propri prodotti e software per rendere “smart” case e automobili. Ed essendo una “nuova Internet”, non ha ancora le garanzie di apertura che hanno sostenuto la crescita della Internet normale: l’intrappolamento, in questo caso, è perfetto.

Ergo, i servizi e i prodotti della Internet delle cose sono ora mondi chiusi; quelli di marche diverse non comunicano tra loro. Dobbiamo restare nell’ecosistema di una multinazionale se vogliamo far dialogare il termostato con l’auto e le serrande (per esempio per accendere in automatico il riscaldamento quando stiamo tornando a casa).

Il fenomeno è arrivato a tal punto di maturazione da costringere le istituzioni – finora sonnecchianti – a intervenire. Non è un caso che a dicembre, dopo anni di tentennamenti, le istituzioni Ue abbiano trovato l’accordo per aggiornare la normativa privacy al tempo del digitale: dal 2018, i cittadini europei potranno contare su nuovi diritti per controllare i propri dati e trasportarli da un ecosistema digitale all’ altro.

Rompendo, appunto, l’ effetto intrappolamento. Bisognerà vedere se questi diritti saranno reali o solo teorici, verso i big d’ oltreoceano.

«Contro il forte accentramento di potere nelle mani dei big digitali, bisogna rompere il legame che c’ è ora tra dati e servizi. L’ utente deve avere il diritto di usare un servizio a prescindere dal luogo in cui sono presenti e gestiti i suoi dati», dice Stefano Quintarelli, tra i massimi esperti di Internet in Italia.

«Nel corso del 2016 vedremo le prime tecnologie per consentire questa separazione», aggiunge.

«Possiamo spingere su nuove regole che favoriscano l’ apertura e l’ interoperabilità delle piattaforme, anche quelle Internet delle cose», dice Antonio Nicita, commissario Agcom ed economista, docente alla Sapienza. Intanto nascono le prime iniziative dal basso per prendere coscienza dell’ intrappolamento nei mondi digitali: forme di contro-cultura, come il progetto Networkeffect.io dell’ artista Mr. Hochmuth e del computer scientist Jonathan Harris.

Un sito che si presenta come un collage di 10 mila video in cui l’ utente può fare zapping interno, ma solo per qualche minuto: il sito poi blocca l’ accesso per 24 ore, «così potrai tornare alla tua vita», dice.

Fuori dalla trappola.

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