Addio Petrina, il sindacato con la “126 ”

Ritratto del cronista catanese, già presidente dell’Ordine nazionale. Istrionico e dalla battuta pronta, sfidò la sua città candidandosi a sindaco

CATANIA. Se ne è andato in silenzio Mario Petrina, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Aveva cominciato a fare il giornalista quasi per caso, nella bottega di un grande del mestiere come Candido Cannavò che lo svezzò a “La Sicilia” a scrivere di sport.

Poi con gli anni passò anche a fare l’inviato: l’esperienza del terremoto del Belice lo aveva segnato. E quando raccontava i suoi reportage insieme a Tony Zermo, non finiva mai di raccontare gag e scherzi di una professione che era ancora fatta di taccuini, macchine per scrivere, telefoni da trovare alla ventura.

Arrivò poi, puntuale, la passione per la politica. Dopo il primo approcciò finì col fare l’addetto stampa del repubblicano Aristide Gunnella, grande antagonista di Ugo la Malfa. Dalla segretaria di Gunnella alla Rai, il passo fu breve.

Ma la sua passione politica la trasferì subito nel sindacato dei giornalisti, attraverso il quale combattè tante lotte con il suo editore-amico Mario Ciancio, per diventare poi un campione della contrattazione nazionale.

Qui giocò la sua partita vera partita, il “derby della vita”. E scalò l’Ordine dei giornalisti, fino ai vertici della categoria. Da presidente nazionale dell’Ordine, quando si muoveva per andare a pranzo al “Pompiere” di Roma, c’era sempre un codazzo di venti giornalisti al seguito.

Generoso di carattere, non ha mai fatto mancare il suo appoggio e il suo affetto a tutti i giornalisti siciliani, dei quali ricordava carriere, trascorsi, gioie e dolori. E quando promuoveva uno sul campo, difendeva la sua scelta con una fulminante battuta: “L’ha scelto Petrina… la qualità paga”.

Ironico, istrione, sfidò la sua città candidandosi a sindaco di Catania. E quando gli onorevoli arrivano per i comizi con la macchina blu, lui si presentava con la “126”.

Un vero artista. Di ritorno da Roma, un giorno di infernale afa da 42 gradi, si addormentò con il condizionatore acceso sull’aereo Alitalia. Si svegliò con una smorfia in viso, una semiparesi facciale che non lo ha più lasciato.

Ha continuato la sua lotta nella categoria, eletto poi al consiglio della Casagit, convivendo con la sua malattia con dignità e ironia, “alla Mario Petrina” soleva dire.A chi lo chiamava, ricordava sempre: “Ricordati, c’è una terrazza a Catania che ti aspetta”.

Per il nostro ultimo saluto, però, non abbiamo fatto in tempo.

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