Depuratori, la Sicilia degli orrori

Ad Agrigento finiscono sotto chiave gli impianti di Licata, Favara, Palma di Montechiaro e Cattolica Eraclea. Ma è tutta l’isola a scaricare in mare sostanze inquinanti. Complice l’assenza di controlli e lavori a singhiozzo

AGRIGENTO. Impianti di depurazione costruiti con soldi pubblici ma rimasti incompleti o divenuti sottodimensionati a causa dell’assenza di controlli da parte degli enti responsabili, oppure semplicemente inquinanti, che sversano nei fiumi e nei mari i reflui fognari quasi puri.

Fuori legge

Così, nella Sicilia degli “orrori”, dopo le contestazioni dell’Unione Europea (che si andranno a tradurre in sanzioni finanziarie di cui si dovranno fare carico i cittadini), arrivano i sequestri della magistratura.

Se l’Europa colloca nella nostra regione la stragrande maggioranza degli agglomerati fuori legge (stando alle tre procedure di infrazione susseguitesi a partire dal 2004 siamo a non meno del 50% del totale dei casi su scala nazionale) nelle ultime settimane in diversi centri le forze dell’ordine hanno provveduto al sequestro preventivo di impianti di depurazione.

In 5 dei sette casi più recenti gli stessi si trovano in provincia di Agrigento, dove sotto “chiave” (si fa per dire) sono finiti i depuratori di Agrigento, Licata, Favara, Palma di Montechiaro e Cattolica Eraclea, cui si aggiungerebbero quelli “stranieri” di Acate e San Vito Lo Capo.

Nel caso delle strutture agrigentine l’accusa avanzata dagli inquirenti e dalle forze dell’ordine è che i depuratori fossero fuori norma perché, in alcuni casi, ricevevano un carico di reflui superiore a quello che poteva essere trattato, in altri perché si sono riscontrate carenze ritenute oggettive in termini infrastrutturali.

Carenze e limiti noti e arcinoti: per citare due casi particolarmente significativi, mentre il depuratore di Cattolica Eraclea non è stato mai completato (ma qui finivano comunque i reflui fognari di una intera comunità), quello di Villaggio Mosè, popoloso quartiere di Agrigento, era privo da anni di autorizzazione allo scarico, revocata dalla Regione dopo che l’Arpa aveva individuato che l’impianto peggiorava (sic!) il carico inquinante del refluo.

Gran parte degli impianti (ad eccezione di quello di Palma di Montechiaro, che è comunale), sono dal 2008 gestiti da una società privata, la Girgenti acque, i cui vertici adesso risultano indagati per singole contestazioni di reati di natura ambientale.

Le indagini

Le indagini della magistratura, tuttavia, non sono finite, e pare che nell’Agrigentino i sequestri siano destinati a continuare nelle prossime settimane.

Del resto le condizioni degli impianti sono note da anni e la società privata ha cantierato alcuni lavori di adeguamento che, tuttavia, in molti casi attendono di essere finanziati per quanto approvati. Il tutto con un sostanziale disinteresse da parte della Regione e degli enti locali in generale i quali, ad esempio, raramente vigilano in fase di rilascio delle concessioni edilizie ponendosi una semplice quanto tranciante domanda: ma se autorizzo la costruzione di una casa, dove scaricherà la fogna?

Adesso però i sindaci, pressati dalla Regione rispetto alla creazione degli ambiti idrici, chiedono “chiarezza sulla gestione dei depuratori sequestrati”, invitando ad aprire immediatamente un confronto con la gestione commissariale dell’Ato Idrico sul rispetto del Piano d’Ambito, individuare eventuali inadempienze del gestore, restituire la dimensione di socialità ad un servizio pubblico, efficiente, economico ed efficace”.

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