Si dice pronto a gesti eclatanti, Ignazio Cutrò. A darsi fuoco, se dalle istituzioni non dovessero arrivare segnali di disponibilità nei suoi confronti. “Voglio serenità – dice l’ex imprenditore e testimone di giustizia – per i miei figli che sono vittime due volte, della mafia e della burocrazia dello Stato”

Per Ignazio Cutrò è finito il tempo delle parole. Ritiene di aver fatto fino in fondo la sua parte di cittadino e di imprenditore onesto, di avere aiutato lo Stato nella lotta contro il racket, fino a perdere la sua azienda. Poi le istituzioni si sono tirate indietro. Promesse non mantenute, sospensive non applicate.

Adesso l’ex imprenditore rischia di essere travolto dai debiti verso le banche e verso l’erario. Non sono cifre da poco.

Ed ecco la sua, di minaccia: “Sono pronto a darmi fuoco. Ciò che voglio è serenità e giustizia per i miei figli che sono vittime due volte, della mafia e della burocrazia dello Stato”.

Sul caso è intervenuto Davide Mattiello, il deputato Pd che in commissione antimafia coordina il gruppo sui testimoni di giustizia, i collaboratori e le vittime di mafia: “Riteniamo che sia giusto che il Ministro dell’Interno si faccia carico della situazione debitoria incolpevole, che rischia di schiacciare Cutrò e la sua famiglia. Anche le banche facciano la loro parte e dimostrino sensibilità verso questa situazione”.

Concetto ribadito anche dall’Associazione nazionale testimoni di giustizia, di cui Cutrò è peraltro presidente: “Chi ha colpevolmente taciuto, sia obbligato a rendere spiegazioni – si legge in una nota – e sia chiamato a rendere giustizia per l’affronto subito dalla famiglia Cutrò. Il ministro Alfano sia chiamato in Parlamento a rispondere sull’intera vicenda che getta ombre e rivela le ingiustizie subite da chi si è sempre schierato dalla parte dello Stato, cioè i testimoni di giustizia”.

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