Vite in “debito”, Ismete Selmanaj racconta il suo thriller

Dopo “Verginità Rapite” l’autrice albanese “d’adozione siciliana” torna con un thriller sulla pedofilia. Che parla di un nuovo fenomeno: vendette di sangue in nome di una degenerazione di un antico codice

CAPRI LEONE. Ieri e oggi, passato e presente che si rincorrono e si intrecciano nelle vite di 4 uomini, omicidi di un tempo ed assassini del giorno, abusi e violenze, ferite dell’anima tra sapore crudo di vendetta sul pretesto di un antico codice, degenerato e senza più regole, e bui oscuri, tra il nero di fatti di cronaca terribili ed il giallo del mistero: questo il mix in 308 pagine di “I bambini non hanno mai colpe” di Ismete Selmanaj per Bonfirraro Editore, casa editrice ennese di Barrafranca.

Che, in uscita il 18 aprile, si propone come romanzo dai toni serrati del thriller, denuncia della pedofilia e non solo: il ritrovamento del corpo di un uomo al parco dal passato inquieto e le ricerche di Martin scuotono la vita di Gjergj e Sokol, 2 fratelli, ora adulti, fuggiti dai dolorosi “giorni” di bambini, vittime di abusi, testimoni della morte del padre, e chiamati al debito di sangue da onorare secondo l’antico codice consuetudinario albanese del Kanun, mentre le indagini di Andi, capo della polizia, esperto in lotta al traffico di esseri umani, approdano ad un caso di pedo-pornografia.

L’ispirazione

Così dopo “Verginità Rapite”, d’esordio in lingua italiana sulle violenze alle donne d’Albania al tempo del totalitarismo, adottato per “Lingua e Cultura Albanese” all’Università degli Studi di Palermo dal titolare della cattedra, Matteo Mandalà, curatore della prefazione di “I bambini non hanno mai colpe”, la Selmanaj, albanese di Durazzo ma da 24 anni “d’adozione siciliana” a Rocca di Caprileone torna su una nuova pagina dolorosa.

Quella dell’abuso sui minori, con radici in un fenomeno nuovissimo della terra albanese dopo la dittatura ed il comunismo ossia vendette di sangue in nome di una distorsione del medievale Kanun, che prevede il diritto a vendicare l’uccisione di un familiare.

«È una storia un pò complicata: inizia con due fratelli sulle montagne del Nord che sono testimoni della morte del padre ed il problema nasce, quando il nonno punta il dito contro di loro, prima li accusa della morte del figlio e poi li chiama al debito di sangue, dal quale si salverebbero solo restando chiusi in casa. Abusati sessualmente e nella trappola del debito», interviene la Selmanaj.

Che spiega: «Dopo la dittatura c’è un ritorno del Kanun ma degenerato: ci sono bambini già nati in debito di sangue o si uccide in nome del Kanun ma non è Kanun».

E seguita: «Nel Kanun c’erano delle regole – ammesso che ci possano essere delle regole nell’uccisione di un uomo – dove i bambini e le donne non si toccavano, si rispettava la famiglia, c’era il diritto ad uccidere per vendicare fino al 3° grado dei parenti maschi ma si riconosceva anche il perdono, la besa cioè la parola data, l’ospitalità. Mi ha sempre colpito la storia, secondo cui bussa alla porta un giovane che aveva ucciso una persona, viene fatto accomodare e riceve la parola data e l’ospitalità (una persona deve essere ospitata ed onorata ad ogni costo, e la parola data deve essere mantenuta anche a costo della vita, ndr) dal vecchio che lo ospita e che poi riceve la notizia che il figlio è stato ucciso e ad ucciderlo è stato proprio il giovane ospite; il vecchio continua ad ospitarlo, perchè l’ospitalità e la parola data è più importante ma, quando l’ospite esce di casa, il vecchio gli dice “d’ora in poi sei in debito di sangue, perchè hai ucciso mio figlio”. È qualcosa di molto complesso ma con delle regole che venivano rispettate».

«La dittatura abolì il Kanun con il pugno di ferro ed a scuola non si è più studiato. Era meglio, invece, che si studiava come fatto di storia medievale. Ora è rientrato ma distorto, degenerato. Si uccide, parlando di Kanun, senza conoscerlo e senza regole. È solo vendetta, “io uccido te, tu uccidi me”», osserva l’autrice.

Che, oltre a sottolineare come molti temono di rientrare nelle maglie del debito e della vendetta sui propri parenti, anche in caso di morte in incidente automobilistico, mentre sono tanti gli omicidi con spirito vendicativo per futili motivi, dice: «Sono entrate cose sconosciute alla cultura secolare tradizionale, ed un tempo proibite, cose importate ma il male si importa subito: la pedofilia, le adozioni illegali, il traffico degli organi, l’incesto. Tante storie, tanti fatti di violenza: mi sono sentita in obbligo come albanese e anche come mamma di parlarne. L’ispirazione del romanzo nasce da tutto questo».

Se una delle chiavi di lettura cui attinge è la storia del suo paese, però gli abusi e le violenze sono universali: «Toccano tutti».

Scrittrice per passione

E la Selmanaj, che presenterà il libro a Capo d’Orlando, è in realtà un ingegnere edile: «Ho sempre avuto la passione per la letteratura e pensavo di continuare anche negli studi ma in Albania in quegli anni sotto la dittatura non sceglievi tu ma decideva lo Stato: servivano ingegneri, così ho studiato ingegneria, poi mi sono fermata ed, infine nel ’91 mi sono laureata. Nel ’92 sono arrivata in Italia: i primi anni sono stati molto difficili, ho fatto tutti i lavori, poi c’è stata la svolta e siamo riusciti con mio marito – siamo entrambi ingegneri – abbiamo 3 figli – il più grande studia medicina – che sono il nostro orgoglio, ed alla fine sono tornata alla mia grande passione della scrittura con 2 romanzi, uno dietro l’altro, riscritti da me in italiano. Quasi 40 case editrici erano disponibili, è andata bene con mia grande sorpresa: il primo “Verginità Rapite” – che era stato pubblicato in albanese da una grande casa editrice albanese – in Italia è stato presentato in tante scuole».

«Dopo qualche mese ad Ancona, dove c’era un parente, siamo andati a Brolo, dove c’era un vecchio amico e da allora con mio marito siamo rimasti in Sicilia, dove come in Albania è forte l’ospitalità», conclude l’autrice sui suoi quasi 25 anni “siciliani”.

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