Balsamo, «Io, cuntista nazionale»: a tu per tu una delle voci più singolari del teatro siciliano

Balsamo è alle prese col progetto Torrent, dove interpreta miti e leggende siciliane in una cornice sonora contemporanea e rock. Il suo rammarico? «Vedere una terra così ricca di talenti ma incapace di mettere a valore questa ricchezza per incapacità al dialogo»

CATANIA. Gaspare Balsamo, ericino di 41 anni di formazione teatrale completa, è una delle voci più singolari e interessanti del teatro siciliano contemporaneo: lo è per l’autonomia e la potenza della sua espressione di cuntista, lo è per la dedizione con cui prova a dare verità ed emozione alle sue storie, lo è, in generale, per la passione politica con cui vive il suo rapporto con la realtà. Una passione quantomeno singolare oggi, quella per l’indipendenza nazionale siciliana, eppure, a parlarci, si scopre che, magari non si riesce a condividere il suo punto di vista sulla Sicilia come nazione, ma occorre riconoscere che esso non è ingenuo né si nutre di sottocultura, che non si attarda in sterili atteggiamenti reazionari e soprattutto è tanto vitale da poter dare spirito, parole e poesia ad un teatro che riesce entrare in sintonia con pubblici sempre più vasti e diversi. Lo abbiamo incontrato a Catania dove vive e lavora ormai da qualche anno.

Sin dai suoi esordi artistici, lei ha unito la passione per il cunto tradizionale con una sentita passione politica di marca autonomista e sicilianista: crede ancora che questa sia una prospettiva politica concreta e positiva per la nostra terra?

«Considero il cunto il cuore della cultura teatrale siciliana. E, come ogni cuore, è pieno di contrasti. Noi siciliani siamo un po’ così, o agli estremi o niente: o Ferrazzano o Giufà, o Colapesce o il Re, o Orlando o Rinaldo, o siciliano o italiano, o dipendente o indipendente. Nutro rispetto per lo spirito nazionale siciliano. Il profilo autentico di ogni cosa si coglie da attenti e determinati punti di vista. E quello dell’indipendenza politico-culturale siciliana richiede una visione chiara, approfondita, onesta. Per cominciare a essere buoni indipendentisti bisognerebbe passare giornate intere a fissare le cartine geografiche del Mediterraneo. Non sono nazionalista ma nazionale, e questo significa provare entusiasmo per le cose siciliane che ci sono di buono, e rabbia e tristezza verso tutto quello che non va bene. Questo sentimento contrario si trasforma in solidarietà radicale verso tutto ciò che è stato, ed è, il popolo siciliano. Si appartiene a un popolo. Per entrare nello specifico, la politica siciliana (ma anche quella italiana) è un completo fallimento. Esistono individui e gruppi sociali colti, informati, che si difendono e portano avanti atti di resistenza, ed è già qualcosa di importante, ma il potere è un fallimento e le cose buone subiscono il risentimento dei falliti».

Negli anni passati, secondo studiosi, il teatro di narrazione, per la sua vitalità e i costi relativamente bassi, ha salvato il sistema teatrale italiano: quale pensa sia oggi lo spazio per questo tipo di teatro? È ancora capace di parlare al pubblico e di ritagliarsi uno spazio significativo?

«La risposta più semplice e immediata è: se è un teatro buono, è buono e basta ed è capace di parlare ed esprimersi davanti al pubblico. Poi, semmai, ci sarebbe da introdurre un discorso che rifletta su quello che oggi è il pubblico teatrale, ma qui entriamo in un campo molto autoreferenziale perché oggi il teatro non possiede più un pubblico generale ma, per lo più, un pubblico di addetti ai lavori, teatranti, operatori, critici. Tutto ciò implica la costante costruzione di un rapporto troppo spesso intellettuale e meno popolare tra l’artista e il pubblico. Poi l’amarezza nasce sempre dalla sproporzione tra quello che desideriamo e quello che realizziamo. Per quanto mi riguarda, è chiaro che oggi il teatro, e intendo un teatro di qualità e indipendente, debba essere nelle mani degli attori, di tutti quegli attori-autori che negli ultimi anni sono stati capaci e caparbi nel reinventare modi, poetiche, luoghi e progetti che hanno dato, e continuano a dare, linfa vitale a tutto un mondo e un mercato che altrimenti finirebbe oscurato dal teatro “dinosauro”. Maratoneti, podisti della lunga distanza che sera dopo sera, studio dopo studio vanno in scena e incontrano un pubblico che alla fine premia e capisce la professionalità e il lavoro che sta dietro l’arte degli attori. Eroi dello sforzo, gli attori: uno sforzo che però non deve rimanere fine a se stesso, condurrebbe solo alla malinconia».

Considera ancora il siciliano una lingua autonoma?

«Il teatro è linguaggio e ogni lingua minore, locale o dialetto che sia, appartiene di diritto al linguaggio del teatro mondiale e contemporaneo. Nel mio caso l’utilizzo del siciliano rappresenta la riappropriazione di una lingua madre che ha grandissima dignità poetica e scenica. Nessuna lingua è autonoma e isolata, perché per sua natura ogni lingua, essendo un sistema di comunicazione parlato e segnato, rappresenta una delle massime espressioni umane di vitalità e mobilità. Politicamente il discorso è diverso, perché è arbitraria la distinzione che si fa tra una lingua e un dialetto. “Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina” disse il linguista Weinreich, e “con un portafoglio di cespiti”, dico io, citando il mio amico economista e collaboratore Luca Sessa. Per quanto mi riguarda non mi è sempre chiaro l’utilizzo che faccio nei miei spettacoli della lingua siciliana: a volte faccio lavori più filologici, altre volte più istintivi, dipende dal periodo, dal contesto, da quello che sto studiando. Di sicuro c’è che sono un uomo di questi tempi, sono bilingue e utilizzo i mezzi che ho a disposizione. L’identità è importante e saperla interpretare e gestire su se stessi è un grande valore. “L’Identità offre sempre un’assoluta resistenza a confondersi con la Differenza”, e “Yo soy yo y mi circunstancia” diceva Ortega y Gasset».

La Sicilia appare ricca di talenti teatrali e però incapace, come sistema, di mettere a valore tale ricchezza: quale pensa possa essere l’azione di governo più urgente per il teatro siciliano nel suo insieme?

«La Sicilia è ricchissima di talenti teatrali e artistici, ma come un po’ dappertutto in Italia. La generazione dei teatranti italiani degli ultimi venti anni è preparatissima tecnicamente e culturalmente. In Sicilia manca però il dialogo, tranne rare eccezioni, tra gli artisti e chi gestisce il sistema culturale. Il problema è di responsabilità, competenza e onestà intellettuale: la politica è enormemente distante dalle esperienze artistiche che esistono e che artisti e operatori continuano ad organizzare. C’è poca economia, dicono, e quella che c’è viene usata malissimo. Non sono preparato per indicare un’azione di governo per il teatro siciliano. Penso però che la priorità sarebbe restituire dignità al mestiere e alla qualità dei lavori».

Cos’è esattamente il progetto “Torrent” a cui sta lavorando? Quando potremo vederne in Sicilia l’esito definitivo?

«Torrent è un progetto europeo di cunto e musica. Un’idea bellissima e sperimentale. Nasce dall’intuizione del musicista e sound-artist tedesco Werner Cee, che ha coinvolto se stesso, me, il chitarrista norvegese Alf Terje Hana e il tamburellista palermitano Giovanni Apprendi. E’ una live-performance che consiste di un brano solamente, e l’unicità di questo evento è il flusso ininterrotto che scorre attraverso l’antica arte recitativa del cunto, risucchiato a sprazzi dal vortice della musica ambient e drone, in cui confluiscono elementi di Noise, Metal e Tarantella. I cunti che faccio nella performance sono mie interpretazioni di miti, leggende e tradizioni siciliane, inserite in questa cornice sonora contemporanea e rock. Abbiamo debuttato la scorsa estate in Germania e, a fine agosto e settembre, saremo di nuovo in tournée in nord Europa. In Sicilia e in Italia ancora niente. Waiting for…».

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