Galdo, un viaggio attraverso un’Italia disgregata. In fondo alle classifiche. «Ma io resto ottimista»

Nella scuola, all’università, nel lavoro, nella giustizia, nell’economia digitale. Ultimi. Il giornalista Antonio Galdo esamina per Einaudi le statistiche che condannano il Bel Paese. «Ma io resto ottimista. La mia è una agenda per il governo»

MESSINA. Gli ultimi saranno i primi. Sarà poi vero? Il detto evangelico conserva, a distanza di millenni, tutto il peso della verità rivelata, che ha scosso fin dalla originaria enunciazione la storia, ribaltando gerarchie e sistemi di potere consolidati.

Se però si prova a passare dalla sfera rarefatta dei ragionamenti teologici, al terreno più arido e accidentato della statistica, il “coraggio della speranza” si flette e il senso della sfida viene meno.

“I numeri sono essenziali per i governanti perché li aiutano a ragionare, a dare un’anima al loro progetto”, come ricorda citando Platone il giornalista e scrittore, Antonio Galdo nella prefazione di Ultimi (ed. Einaudi).

Il grande filosofo di governanti certo se ne intendeva, da buon consulente “ante litteram”, malgrado questo la citazione non riesce a tranquillizzarci, forse perché sono proprio l’anima e il progetto i connotati essenziali che mancano alle nostre classi dirigenti per guidare la tanto agognata ripresa.

Eppure dei numeri (e in questo, non allontanandoci dalla Grecia classica, bisogna dire che aveva ragione anche Pitagora) non possiamo farne a meno, perché contengono il segreto dell’universo, essendo manifestazione di armonia, verità ed equilibrio, sono insomma chiavi di lettura che servono a interpretare la realtà che cambia.

Ne discende che per raccontare l’Italia il dato statistico non può essere ignorato, peccato che non ci sia da stare allegri. Il nostro Paese da troppo tempo risulta schiacciato al fondo delle classifiche, sembra impossibile schiodarci da posizioni non certo gratificanti.

Non si può però accettare questo trend passivamente, da qualche parte si dovranno pur creare i presupposti per il salto in avanti.

In questo interessante lavoro,Galdo ha provato a individuare un cammino possibile, attraverso cui tentare di riannodare il filo di un discorso costruttivo, a dispetto della troppo diffusa retorica “declinista” che da destra a sinistra continua a dare fiato alle trite giaculatorie della tradizionale “lamentela” italica.

D’altronde come diceva Nietzsche è “nei processi del sogno, che l’uomo si esercita alla vita vera”.

Proviamo allora a sognare, almeno per una volta…

Galdo, vorrei cominciare la nostra discussione dalla metafora che avevate, qualche anno fautilizzato con Giuseppe De Rita nel bel saggio Il popolo e gli dei: parlavate del corpus sociale italiano come del “popolo della sabbia”, fatalmente esposto ai venti della crisi e del potere cieco, in inarrestabile declino. Crede che siamo ancora in quella condizione, dobbiamo cioè credere che la grande e strombazzata ripresa è stato solo un flatus vocis, dettato da pure necessità di marketing politico?

La narrazione di un’Italia che avrebbe ripreso a correre appartiene al marketing politico. Strategia legittima, per carità, ma molto distante dalla realtà. Il mio studio intende piuttosto raccontare come negli ultimi trent’anni il paese sia precipitato nelle classifiche internazionali.

In tutti i settori: dalla scuola all’università, dalla ricerca al digitale, dalla giustizia, alle infrastrutture. Siamo diventati primi soltanto nei gironi peggiori, mi riferisco alla corruzione insieme ai livelli dell’evasione e della pressione fiscale.

Un Paese ingiusto

“U” come ultimi è un titolo forte ed efficace. Qualche secolo addietro “U” alle nostre latitudini sarebbe stato sinonimo di Universale, basti pensare a quello che era l’Italia del Rinascimento, epicentro di civiltà e di cultura. Possibile che abbiamo smarrito la rotta e che non sia rimasto nulla della grande eredità di una storia che ci ha appartenuto vedendoci sempre come protagonisti?

La cosa più grave di questo lungo viaggio della memoria è dato dal fatto che l’Italia è diventato un paese ingiusto, dove risulta a rischio la coesione sociale per le distanze sempre più abissali che stanno separando i cittadini. Abbiamo in realtà delle ottime scuole, università, ospedali, asili, ma sono individuabili a macchia di leopardo, quasi tutti concentrati nelle regioni del Nord.

Peccato però che a questi servizi acceda solo una minoranza di cittadini privilegiati che hanno le conoscenze e le relazioni giuste. Per gli altri l’iscrizione a una scuola, come il ricovero in ospedale ha lo stesso valore di una puntata al tavolo della roulette.

Può andare bene, ma anche malissimo, con l’aggravante che se nasci in una regione del Sud hai trecento possibilità in più di diventare povero, rispetto a chi si trova a vivere in una regione del Centro Nord.

Qual è il messaggio di fondo che della sua pubblicazione?

Ci tengo a sottolineare una cosa: malgrado tutto resto ottimista. Questo libro è una sorta di agenda per il governo. Avrei potuto anche titolarlo diversamente. Ultimi, ma con tutte le possibilità per diventare primi, per esempio.

La giustizia, tanto per citare un caso emblematico: in Italia ormai possiamo dire che non esiste più, polverizzata da una valanga di prescrizioni (130mila l’anno se ne contano per il ramo penale) e schiacciata dai tempi biblici, come sappiamo accade per le cause civili.

Eppure a Torino, il presidente di un tribunale è riuscito a fare funzionare la macchina della giustizia secondo standard europei, tanto che il suo modello è stato preso in considerazione dall’Unione europea come best practices.

Cosa dunque dobbiamo fare per avvicinare altri contesti italiani al format del capoluogo piemontese? Perché la giustizia, mi chiedo, in Piemonte deve funzionare e nelle altre regioni non succede lo stesso? È qui che si gioca la partita del futuro dell’Italia, insieme alla scommessa, finora andata perduta, della sua modernizzazione.

I numeri generano anche ambiguità almeno a giudicare da quello che sta ultimamente accadendo. Le recenti polemiche del Ministro Padoan all’indirizzo della UE proprio in merito ai metodi di elaborazione dei conti, ma anche le analisi incoerenti che vedono contrapposti sul rilevamento dell’occupazione, ISTAT, fonti governative e istituti di ricerca, come si spiegano?

Stiamo trasformando anche la matematica in un’”arena” di polemiche sterili? Platone diceva: i numeri sono il primo strumento del buon governo. Le statistiche dovrebbero perciò servire essenzialmente a questo: capire dove sono i problemi e come risolverli.

Solo le statistiche possono fotografare la grande disunità d’Italia, il fatto cioè che il paese sia spezzato tra Nord e Sud. È evidente che tocca poi a chi governa interpretare i dati e le statistiche per provare a innescare quei processi di cambiamento necessari al progresso di tutta la comunità amministrata. Senza innovazione non ci può essere futuro.

L’innovazione dovrebbe essere il carburante della società della conoscenza, eppure ne facciamo pochissimo anche a giudicare dal numero dei brevetti. Il caso della banda larga di cui si sta discutendo in questi giorni è emblematico.

Siamo al terz’ultimo posto in Europa per digitalizzazione dell’economia e della società. Il prodotto digitale italiano è un misero 1% contro il 10% di paesi paragonabili a noi, vedi il Regno Unito. Un vero peccato considerando che, come ci dicono studi molto recenti, un incremento di 10 punti di penetrazione della banda larga, coinciderebbe con la crescita di un punto di PIL.

Quando usciremo da questo che ormai è divenuto il: “miraggio dell’Italia digitale”?

Troppi soggetti hanno un ruolo sull’Italia digitale: il Governo, il Parlamento, le regioni, l’agenzia, il commissario, etc… La solita giungla. Il digitale deve essere un piano complessivo per il sistema – Paese, ed ha fatto bene il premier Renzi, secondo me, a metterci la faccia.

Adesso spero che riesca a fare un passo avanti, portando avanti un programma che sia di respiro nazionale. Al momento, una famiglia su sue nel Mezzogiorno non ha accesso al digitale, e se consideriamo più in generale, con l’attuale piattaforma utilizzata dagli utenti, i tempi di navigazione su Internet risultano di un terzo più lenti rispetto alla Germania.

Inutile sottolineare che in questo modo per le imprese la partita della competitività risulta già persa in partenza.

A proposito di impresa, da noi è un dramma avviare qualsiasi iniziativa. Quali sono i maggiori ostacoli e soprattutto come si può fare a rimuovere quelle pastoie che continuano ad allontanare i capitali, annullando, ammesso che ce ne siano ancora, gli animal-spirits di un capitalismo in evidente crisi?

È avvenuto che gli imprenditori, dall’esplosione della Grande Crisi, hanno giocato in difesa, cercando innanzitutto di salvare la pelle. Sono stati bravi, come al solito direi, e senza l’aiuto di nessuno, ci sono riusciti. In Italia da troppi non esiste una politica industriale. Il prezzo di tutto questo è stato altissimo: sono infatti crollati gli investimenti pubblici e privati.

Per rilanciare i primi servirebbe mettere in atto delle politiche keynesiane, evitando di sprecare risorse pubbliche e fondi europei; per quanto attiene alla sfera privata servirebbe più coraggio. In ogni caso occorre decidersi a uscire dall’equivoco delle dimensioni: piccolo non è più bello. In tempi di grave e prolungata crisi, come quello che stiamo vivendo, la dimensione di un’impresa fa la differenza per riuscire ad esportare, per fare ricerca, per innovare, come ha giustamente ribadito la Banca d’Italia in più occasioni.

Politica industriale

Recentemente, a valle del saggio di Franco Debenedetti (Scegliere i vincitori, salvare i perdenti, Marsilio n.d.r) si è molto parlato del ruolo di una politica industriale, che non avrebbe più una ragione storica per esistere. Cosa pensa al riguardo?

Penso che abbiamo bisogno di una politica industriale perfino che deve essere condivisa con l’Unione europea in alcuni settori strategici, come per esempio l’energia.

Ho letto il libro di Debenedetti e non condivido il suo scetticismo sulla politica industriale, considerata morta. Quando il Presidente Obama ha deciso di salvare e rilanciare l’industria automobilistica americana non ha forse praticato una mossa di politica industriale? Allo stesso modo nel momento in cui Francia e Germania decidono di continuare a blindare nelle mani del pubblico alcune aziende che operano in settori ritenuti strategici non fanno forse politica industriale?

Piuttosto guardando all’Italia dobbiamo dire che non possiamo penare di fare la politica industriale riducendola a una sorta di una “mini-Iri” magari fuori dal tempo. Mi sto riferendo alla Cassa Depositi e Prestiti che, almeno per il momento, ha bruciato diversi miliardi di euro per salvare un’azienda che era un gioiello, come la Saipem.

Parliamo un po’ del Sud, questa autentica “scatola nera”. Tu conosci bene il Mezzogiorno, cosa occorre fare per invertire una tendenza, che ci priva di un’enorme ricchezza in termini di risorse, intelligenze, patrimonio storico artistico?

Senza la ripresa del Sud non ci sarà mai una ripresa dell’Italia. Il Mezzogiorno sta oggi vivendo una fase di grave desertificazione con intere generazioni che continuano a lasciare le regioni meridionali: un livello così spinto di emigrazione non si era visto neanche a seguito delle due guerre mondiali.

Purtroppo, per riportare il Sud al centro della politica nazionale servirebbe una classe dirigente degna di questo nome. E invece nel Sud vedo tanti “caccicchi”, ma nessun autentico leader.

Disuguaglianza è una delle cifre che segnano il nostro tempo. L’equità è l’altro grande ineluttabile miraggio?

L’Italia è soprattutto diventato un Paese ingiusto, dimenticando che il boom economico, la lunga epopea che ci ha portati al benessere è stata realizzata all’insegna di un valore: l’eguaglianza. Sono tornate le distanze, le grandi sperequazioni con la lacerazione del ceto medio. Le generazioni sono in conflitto insanabile, Nord e Sud sono più lontani e, come se non bastasse, si è bloccato l’ascensore sociale. Per lavorare e per fare carriera devi esser “figlio di”, oggi più di ieri.

Vorrei concludere toccando un altro grande tema del nostro tempo: la paura, componente che sta ulteriormente frenando la voglia di intraprendere, in un’epoca segnata dalla recrudescenza di un terrorismo cieco, che entra nella quotidianità delle nostre vite, spesso senza una logica.

Sapevamo di essere dei “nani sulle spalle dei giganti”, ma non credevamo certo di essere dei “nani” senza futuro.

Possiamo sperare ancora ?

Ho raccontato la paura e il disorientamento degli italiani anche attraverso un fenomeno che non sarei riuscito a spiegare altrimenti: abbiamo il record di slot machine nel mondo, si calcola una ogni 143 abitanti; neanche a Las Vegas si gioca tanto. Questo perché tra scetticismo e paura molti italiani cullano il sogno di una scommessa azzeccata, che potrà cambiare la vita.

L’autentica speranza, che dal mio punto di vista è una certezza, è quella di ritrovare energia, voglia di diventare primi, abbandonando gli ultimi posti. Sogno, perché sono convinto che da questa vitalità nascerà un paese più moderno e finalmente più giusto.

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