Non importa che ci si occupi di sport, cronaca nera, giudiziaria o politica: il “patentino” o l’iscrizione all’Ordine non fa di alcuno un giornalista, in maniera automatica. A meno di non voler ritenere che la professione sia ormai fine a se stessa, confinata a un discorso di click, di share e retweet. Parla Francesco Nania (Unci)

Non è la nostalgia dei tempi che furono, per il mestiere.

E neppure l’inveterata tendenza dei siciliani a reiterare in ogni ambito della vita la pirandelliana cesura tra i vecchi e i giovani: Francesco Nania, fiduciario a Siracusa dell’Unione nazionale cronisti, ne fa una questione di credibilità e di metodo. Perché – questo il nucleo del suo ragionamento – non si può fare giornalismo senza fare esperienza sul campo.

Non importa che ci si occupi di sport, cronaca nera, giudiziaria o politica: il “patentino” o l’iscrizione all’ordine non fa di alcuno un giornalista, in maniera automatica. A meno di non voler ritenere che la professione sia ormai fine a se stessa, confinata a un discorso di click, di share e retweet.

Con Centonove il cronista aretuseo sviluppa una riflessione destinata a lasciare il segno: «C’è una nuova generazione di giornalisti senza preparazione, senza background. Non c’è più l’apprendistato che ciascuno di noi affrontava, e non perché i giornalisti più anziani non siano più disposti a “insegnare il mestiere”, ma perché i giovani sono davvero convinti di saper dare tutto. Anche di dirigere una testata, se è il caso».

Conseguenze? La prima è quella in virtù della quale un editore-tipo trova più conveniente investire in risorse umane ancora troppo acerbe per garantire standard anche normali di qualità.

E se il novello cronista non ha l’esperienza necessaria, non possiede il linguaggio idoneo al settore in cui opera e addirittura non ha le necessarie cognizioni in materia di deontologia professionale?

Non importa. Perché, tanto, costa poco e comunque meno di un collega più vecchio ma più navigato e attento ai molteplici aspetti dell’attività giornalistica.

Seconda conseguenza (stavolta per il lettore): la morte del linguaggio giornalistico, poiché gli stereotipi delle veline hanno quasi del tutto risolto i problemi di stile di molti operatori dell’informazione. Peccato, perché in fondo era lo stile che faceva, in tempi non lontani, il giornalista. Quello bravo, quello famoso.

Prendendo spunto dalle parole di Nania si può desumere che esista una sorta di digital divide tra i giornalisti italiani, ovvero una linea di demarcazione tra coloro i quali hanno imparato a scrivere notizie prima dell’avvento della Rete – e di conseguenza hanno respirato l’aria talvolta maleodorante ma formativa della realtà sociale ed economica del Paese – e quelli che hanno mosso i primi passi da dietro un monitor e da lì – tra agenzie online e social network – hanno costruito la loro professionalità.

«Non ne farei una questione generazionale – avverte il giornalista siracusano – e lo sviluppo della telematica ha comunque dato a tutti noi nuove opportunità. Dovremmo invece chiederci che tipo di professione vogliamo svolgere, d’ora in poi. Se vogliamo ancora qualità, se crediamo ancora al rispetto dei ruoli e, perché no, delle gerarchie: elementi che sono stati sempre premessa di una buona informazione. Oppure se andiamo verso le figure “tuttofare” che ormai sono predilette anche dai grandi giornali. Sì, anche da loro».

Quanto siano distanti i mondi dei “vecchi” e dei “giovani” – alla fine si arriva sempre a questa semplificazione – lo si vede spesso nelle conferenze stampa, con i neofiti del mestiere a trascrivere tutto quel che arriva dall’oratore di turno e i seniores a tentare di intavolare un confronto dal quale, come ben si sa, a volte scaturisce la “notizia”.

Sembra che svolgano due professioni diverse, quelli come Nania e gli agguerriti ragazzi delle redazioni-web. E forse, con un ulteriore pizzico di realismo, è proprio così.

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