Calcio, a Messina, Catania e Palermo cercasi acquirenti. Astenersi perditempo

In casa Acr Messina, Calcio Catania e Usc Palermo parte il fuori tutto a prezzi scontatissimi. Qualsiasi investitore è ben accetto, purchè sia disposto ad accollarsi una totale ristrutturazione aziendale, debiti compresi, del pianeta calcio professionistico in Sicilia

MESSINA. “Venghino signori venghino!”. La celebre frase di Totò avrebbe riassunto alla perfezione l’ attuale situazione del calcio siciliano.

In casa Acr Messina, Calcio Catania e Usc Palermo parte il fuori tutto a prezzi scontatissimi. Qualsiasi investitore è ben accetto, purchè sia disposto ad accollarsi una totale ristrutturazione aziendale, debiti compresi.

Il Catania al pistacchio

La storia del Catania degli ultimi anni appartiene più alle pagine di cronaca che al rettangolo di gioco. La dirigenza etnea, nella stagione 2014-2015, venne spazzata via dall’inchiesta “I treni del gol”.

Sette i dirigenti arrestati, compreso il presidente Antonino Pulvirenti, l’ad Pablo Cosentino e il direttore sportivo Daniele Delli Carri, con l’accusa di aver comprato alcune partite per consentire alla squadra di evitare la retrocessione.

Tutti gli episodi furono confermati dalla piena confessione dello stesso Pulvirenti, costretto a rassegnare le dimissioni. Il Catania pagò le combine con la retrocessione in Lega Pro ed una penalizzazione di 12 punti.

Ad oggi, la carica di presidente “ad interim” è affidata al commercialista romano Davide Franco.

Franco ha la fama di essere una sorta di liquidatore tuttofare. Il suo curriculum parla per lui: è esperto nel gestire aziende in fallimento o in bancarotta, nella conduzione e ricostruzione contabile di quelle in crisi o sequestrate alla mafia e anche nel valutare e vendere imprese e club di calcio (lavorò per il Foggia e la Lazio).

L’uomo giusto al momento giusto per una holding sull’orlo del baratro: la Finaria, che controlla le azioni sia del Catania che della WindJet, di cui Pulvirenti è ancora lo stakeholder.

Al nuovo amministratore delegato spetta il delicato compito di trovare un compratore, che abbia tempo e soprattutto liquidità da investire nel progetto di rifondazione del club.

La contabilità però è un ginepraio di scatole cinesi. Si rischia il fallimento e come se non bastasse il nome di Franco è recentemente comparso nell’inchiesta in cui è coinvolta Silvana Saguto, l’ex presidente della sezione del misure di prevenzione del Tribunale di Palermo indagata per corruzione dalla procura di Caltanissetta.

Tuttavia un capitano coraggioso, Franco, sembra averlo trovato. Si tratta di Claudio Luca, presidente della Bacco srl, azienda con sede a Bronte, leader in Europa nella produzione e nella lavorazione del pistacchio.

L’impresa della provincia catanese non è l’unica acquirente ma si pone alla guida di una cordata di quattro aziende del territorio (che al momento preferiscono restare nell’ombra), con il ruolo di azionista di maggioranza. Luca ha definito l’acquisto del Catania come una “scelta di cuore” e c’è da credergli.

La Bacco infatti, già sponsor del Catania Calcio da sei anni, non otterrà alcun provento dall’acquisizione; l’ 80% del suo fatturato deriva dalla grande distribuzione all’estero e non da quella locale.

Le due parti, che si sono affidate a due studi legali specializzati in consulenza finanziaria (il gruppo Sciuto per la Bacco srl e il gruppo Abramo per la Finaria) ad oggi faticano a trovare un accordo.

Il Catania, insoddisfatto dalle garanzie bancarie fornite da Luca, non ha ancora fornito il prezzo necessario alla cessione della società. La Bacco dal canto suo, vuole concludere la trattativa entro il mese di giugno. A complicare le cose si fa strada il sospetto che Pulvirenti, con un colpo di mano, abbia deciso di non vendere più.

Il Catania Calcio resta un cantiere aperto senza la data di fine lavori. Con buona pace dei tifosi.

Messina, non è l’ora del caffè

Sul fronte messinese continua il tira e molla tra l’attuale proprietà e la cordata capitanata dall’imprenditore del caffè Francesco Barbera. Si susseguono affermazioni d’interesse e conseguenti smentite, comunicati stampa al cianuro e note più concilianti.

I tifosi, schieratisi apertamente con la nuova cordata, ora vivono momenti di attesa e sgomento. L’impressione generale è che la trattativa si sia arenata e che la situazione rimarrà invariata.

L’Acr Messina sembra destinato a restare nelle mani di Natale Stracuzzi, imprenditore del settore navale e pastore evangelico, che solo l’anno scorso ha rilevato la società da Lo Monaco.

Anche in questo caso, si è trattato di una scelta “dettata dall’amore per il calcio e per la città”. Nobili propositi, per carità. Ma ora, l’esame del bilancio e un debito vicino al milione di euro fanno riflettere.

La città chiede un repentino ritorno in Serie B e i fondi a disposizione del presidente sono insufficienti.

Il pronto soccorso era arrivato dal gruppo Barbera, da sempre molto presente nella storia del club con il ruolo di sponsorship. Ed ecco il grande salto.

L’imprenditore del caffè punta infatti all’ acquisizione del 75% delle quote societarie, pronto a spingersi fino al 87,5%. Stracuzzi è disposto solo a fare un passo indietro.

Traduzione? Barbera è il benvenuto purchè non superi la soglia del 49%. La resa dei conti tra i due contendenti, complice un aperitivo, si è consumata il 26 maggio.

Ma il drink si è rivelato indigesto per Barbera, che al termine dell’incontro ha comunicato. “Non ci sono i margini per proseguire nella trattativa”.

“Grazie” e tanti saluti alla ricapitalizzazione di un milione e 200mila euro che la Miscela d’Oro portava in dote.

Stracuzzi, sorpreso ed amareggiato dall’esito del negoziato, insinua un’inconsistenza della proposta della cordata acquirente e continua la sua opera di restyling interno alla società.

Il direttore generale Lello Manfredi, il dirigente sportivo Christian Argurio e l’intero staff della comunicazione hanno presentato le dimissioni (subito accolte), denunciando la mancanza di una programmazione valida per il futuro.

Si profilano tempi duri per il Messina. Le voci di nuovi investitori sono per l’appunto solo voci. In casa Acr si naviga a vista.

 

Palermo vo’ fa l’americano

Zamparini vuole vendere e sogna l’America. I tifosi rosanero sarebbero entusiasti di liberarsi del vulcanico presidente friulano, in particolare dopo la stagione appena conclusa, che verrà ricordata per il record di cambi in panchina. La famiglia che potrebbe rilevare il 100% della società è italoamericana.

Si tratta dei Viola, originari di Sanza in provincia di Salerno. Il patron Vincent Viola, dopo aver fatto fortuna a Wall Street, ha fondato la Virtu Financial, colosso nel ramo della consulenza all’impresa. La holding, già proprietaria della squadra di hockey Florida Phanters, può vantare un patrimonio stimato in oltre due miliardi di dollari.

All’affare tuttavia, sembra essere più interessato il figlio di Vincent, John, che eredita la passione per i rosanero dal nonno materno, palermitano doc.

Dopo le solite smentite di rito, c’è già stato un primo incontro tra le due parti, al quale ne seguirà un secondo nei prossimi giorni. Le credenziali bancarie dei Viola sono già state vagliate con successo. Zamparini, ora dovrà esibire i bilanci, affinché vengano esaminati dalla banca d’affari che rappresenta il gruppo investitore. Resta da risolvere un piccolo intoppo: il presidentissimo vuole lasciare, ma gradatamente.

Chiede di restare in carica con il ruolo di “presidente onorario” per altri due anni, ma senza sborsare più un euro. Difficile che Vincent acconsenta ad una simile proposta.

Chi lo conosce parla di lui come un filantropo che però ama stare in prima linea.

Il problema comunque non sembra insormontabile. I Viola sono decisi a chiudere in fretta, anche per scongiurare lo spauracchio di una cordata cinese, pronta ad inserirsi nell’affare. Il Renzo Barbera farà bene a prendere lezioni di inglese. Stanno sbarcando gli americani.

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