Garibaldi e l’impresa dei Mille, sulla battaglia di Milazzo il dibattito è ancora aperto

Le numerose incognite che ancora oggi aleggiano sulla battaglia di Milazzo sono colpa non tanto di una storiografia per lo più sbrigativa quanto delle posizioni preconcette sia di parte unitaria che revisionistica. Più che analizzare ipotesi, la ricerca si è addetta infatti a dimostrare tesi, utilizzando i documenti al fine di sostenerle. Inevase sono rimaste molte questioni.

Fonte – la Repubblica (ed. Palermo)

Anche lo scorso 20 luglio, ricorrenza della battaglia di Milazzo, circa cento filogaribaldini hanno attraversato a piedi la città col corteggio di attori, contastorie e musicanti in fogge ed esibizioni risorgimentali.

Lo fanno da sette anni e li chiamano “i camminatori” perché la passeggiata detta “Camminiamo sulle orme di Garibaldi” è promossa da un’associazione salutista presieduta da Luciana Di Gironimo che, insieme con Italia nostra e Università della terza età (e grazie a un insegnante di educazione fisica appassionato di storia patria, Pippo Geraci), ha riscoperto l’interesse per Garibaldi.

Le cui vie, essendo infinite, hanno poi portato a Bartolo Cannistrà, uno storico impegnato a fondo, anche con continue pubblicazioni, sull’ultima tappa in Sicilia della spedizione dei Mille, divenuti a Milazzo quasi seimila e costata più di 800 morti lasciati nella Piana contro gli appena 60 dei Borbone.

La Piana è quella oggi tagliata dall’autostrada che corre tra Milazzo e Barcellona, le due piazzeforti dai cui pressi i “napolitani” del colonnello Beneventano Del Bosco e i garibaldini del generale Medici si mossero per scontrarsi in mezzo.

Finché arrivò Garibaldi che, sbarcato a Patti Marina, prese il comando, vinse la battaglia e compì azioni sul cui fondamento ci si interroga ancora.

Fece arrestare 39 tra milazzesi e “birri” ordinandone la fucilazione per avere lanciato dalle finestre olio e acqua bollente sulle camicie rosse? Fece bombardare dalla sua nave la città colpendo la popolazione? Permise il saccheggio dei suoi uomini che poi punì? Partecipò alla battaglia o riparò lesto sul piroscafo?

La disputa su questi interrogativi è aperta da decenni. Per chiuderla, respingendo tutte le ricostruzioni di chiaro stampo neoborbonico, Cannistrà ha pubblicato su un periodico locale un lungo pamphlet a puntate sotto il titolo “La battaglia che non c’è stata” e ora riafferma che «non esiste alcun documento che dimostri le insinuazioni. Non ne parla nemmeno Buttà, che era il cappellano borbonico, né BrandiDumas né altri».

Eppure almeno una fonte c’è: un autore che scrive subito dopo i fatti, Nicola Roncalli, ha rivelato in Cronaca di Roma particolari sia sul bombardamento che sulla fucilazione.

Ma Girolamo Fuduli, autore di due libri sulla battaglia di Milazzo, non ritiene attendibile nessuna delle fonti contrarie e ciò per una precisa ragione: «Nei giorni successivi al 20 luglio si ebbe un’altra battaglia, che fu però mediatica: i giornali settentrionali rilanciarono con lena queste dicerie su Garibaldi, tanto che il Times di Londra pubblicò l’8 agosto un’intera pagina riprendendole interamente. Ma sono rimaste semplici illazioni in quanto prive di documenti».

Senza una prova certa sono in particolare le circostanze del bombardamento che Garibaldi ordinò dalla pirocorvetta Tuköry: secondo alcuni mirò alla fortezza, secondo altri fece sparare invece sulla cavalleria nel momento in cui essa usciva dalla porta occidentale.

Le numerose incognite che ancora oggi aleggiano su Milazzo sono colpa non tanto di una storiografia per lo più sbrigativa quanto delle posizioni preconcette sia di parte unitaria che revisionistica: più che analizzare ipotesi, la ricerca si è addetta infatti a dimostrare tesi, utilizzando i documenti al fine di sostenerle. Inevase sono rimaste molte questioni.

Una per tutte: Garibaldi rischiò la disfatta perché per la prima volta non poté studiare il territorio, sicché ne incolpò pure Medici?

In realtà, attento ogni volta a risalire un’altura e osservare a lungo il panorama prima di dare battaglia, nella Piana di Milazzo Garibaldi non poté che accontentarsi del tetto di una casa e dunque di una visuale ristretta.

Gli errori strategici che commise, ordinando confusi assalti alla baionetta in campo aperto che costarono una carneficina, furono dunque conseguenza delle scelte di Medici e Bosco di attestarsi in pianura? Gli storici tacciono. Ma intanto litigano.

In una città divisa da sempre tra sostenitori e detrattori di Garibaldi, il caso è riesploso due anni fa quando l’allora sindaco Carmelo Pino, sollecitato dai neoborbonici, decise di intitolare una via centrale del Borgo a Ferdinando Beneventano Del Bosco, perché – secondo Pino – «ebbe il massimo riguardo per Milazzo».

Diversamente che a Capo d’Orlando dove il sindaco Enzo Sindoni aveva cancellato dalla carta topografica Piazza Garibaldi, per essere poi sconfessato dal Tar che l’ha ripristinata, a Milazzo l’intestazione della via al capo nemico è diventata ufficiale.

Fuduli ricorda di avere assistito alla cerimonia, ma dice che scappò via sentendo un noto docente universitario denigrare pesantemente Garibaldi «con toni da esaltato».

Per quanto ha potuto, Fuduli si è opposto come altri alla decisione, definendola quantomeno inopportuna, mentre Cannistrà chiosa oggi che «l’iniziativa, dovuta a motivi elettorali nell’imminenza del voto, non premiò certo l’ex sindaco che alle urne fu bocciato».

Le proteste di due anni fa si sono oggi del tutto tacitate. L’attuale primo cittadino, Giovanni Formica, dice di non aver ricevuto alcuna segnalazione e perciò ritiene che Via Del Bosco debba rimanere in vita: «Del resto non fu contestualmente intestato un piazzale al martire Alessandro Pizzoli?».

È il posto da dove il 20 luglio è partita la passeggiata garibaldina, una cui tappa obbligatoria lungo la Marina è ogni anno la Statua della libertà, pur oggetto costante di imbrattamenti.

Ai lati sono murati due bassorilievi che ricordano i momenti milazzesi sui quali la retorica garibaldina ha steso un alone di epica leggendaria: il sonno del generale sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore e la morte scampata da Garibaldi in battaglia sull’ardore della sua spada o grazie forse all’accorrere di alcuni volontari che ne protessero la fuga.

La ricerca non è nemmeno riuscita a stabilire se il generale quella sera mangiò pane e cipolle o, per lusingare Milazzo, la tipica “tunnina” salata. Si tratta di un piccolo quesito, è vero, che però neppure l’opera capillare di uno storico locale, Giuseppe Piaggia, arrivato subito dopo la battaglia per raccogliere testimonianze, è servita a chiarire per fugare il dubbio di un eccesso di garibaldinismo.

Il napoletano Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento neoborbonico, considera la battaglia di Milazzo una mistificazione orchestrata nel quadro di una pregiudiziale massonica antiborbonica per la quale i siciliani erano da considerare tutti dalla parte di Garibaldi: «Ma è falso. La stessa popolazione di Milazzo non lo sostenne affatto, anzi lo avversò al punto che lui fu spietato con essa. Se la fece bombardare? Certo che sì. Non lo dico io, lo dicono storici come Giacinto de’Sivo». Il quale però era borbonico.

Il ruolo dei milazzesi non è stato in realtà indagato a fondo.

Dice Cannistrà: «Una decina di anni fa ho avuto la possibilità di constatare la sopravvivenza nei vecchi contadini della Piana “rossa” di Milazzo del mito di Garibaldi liberatore tradito dai politici». Questa coscienza, che salva l’impresa garibaldina e condanna l’azione politica unitarila baa, nasce nell’immediato Dopoguerra con il Blocco del popolo, la lista di sinistra che per simbolo scelse il volto di Garibaldi.

Nel tempo l’immagine è però sbiadita. Il generale addormentato sul sagrato nell’ultima icona della galleria siciliana assurge così a simbolo del sonno che Tomasi di Lampedusa tacciava come il male endemico dei siciliani.

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