No, non è una notte come tante all’ospedale per neurolesi Bonino Pulejo di Messina. Rosalba Giusti, “Giustina” come la chiamano affettuosamente tutti, si è svegliata. Anzi, è rinata. Di più: è risorta. Rieccola, dopo quasi quattro anni di coma profondo e una diagnosi impietosa di «stato vegetativo».

Fonte – la Repubblica (ed. Palermo)

È una notte come tante all’ospedale per neurolesi Bonino Pulejo di Messina. Nella penombra della grande sala dove dormono i pazienti in coma irreversibile, l’infermiera sta facendo il solito giro di controllo. «Anna, Anna».

È un attimo ma quel nome sussurrato due volte rompe la pace surreale della corsia. L’infermiera si volta per vedere chi la chiama. Pensa a una collega da un altro reparto. Comincia ad avere paura. Ci mette qualche minuto per capire che quel sibilo viene dal letto numero 2. Si avvicina e trova due occhi sgranati: «Ciao Anna».

No, non è una notte come tante all’ospedale per neurolesi Bonino Pulejo di Messina. Rosalba Giusti, “Giustina” come la chiamano affettuosamente tutti, si è svegliata. Anzi, è rinata. Di più: è risorta. Rieccola, dopo quasi quattro anni di coma profondo e una diagnosi impietosa di «stato vegetativo».

Chiede di Patrizia, la sua dottoressa. Chiede dei suoi cinque figli. «Sono sei – spiega il medico – ma dopotutto è normale che si cominci con il recuperare la memoria più arcaica». Emanuele, 24 anni, il figlio più giovane, l’ha già “perdonata”. Non pensava di poter parlare di nuovo con la sua mamma dopo quell’emorragia cerebrale che l’ha tenuta in un limbo per 45 mesi. Non pensava di poter ascoltare di nuovo la sua voce cantare le canzoni anni Settanta che tanto amava. E invece Rosalba, 68 anni da compiere il 20 settembre, palermitana, un passato da parrucchiera, ricorda chi è, che lavoro faceva, i nomi dei suoi ragazzi. E canta.

«Canta Ranieri, Baglioni, Iglesias, Adamo», raccontano i figli, mostrando orgogliosi i video girati dagli infermieri.

Rosalba intona “Rose rosse per te” e a fare il tifo per lei ci sono tutti: i medici, gli infermieri, gli psicologi. Per i figli che abitano a Palermo, a due ore e mezza di distanza in auto, sono immagini preziose.

È con un video su WhatsApp che la primogenita Rita ha saputo del “miracolo”: «Era il 5 dicembre scorso, il sabato prima dell’Immacolata, quando ho ricevuto la chiamata dall’ospedale. I medici ci avevano detto che non c’erano speranze e invece…”.

Nemmeno loro sanno spiegarselo: «In 25 anni di carriera – racconta la neurologa Patrizia Pollicino – non mi era mai capitato di vedere una paziente in stato vegetativo riacquistare coscienza. La signora non ha solo riaperto gli occhi, ma dà risposte coerenti e complesse. Certo, ha perso le funzioni motorie ed è paralizzata. Ha avuto un’emorragia che ha compromesso parte del tronco encefalico. Le porzioni corticali superiori, evidentemente, sono rimaste integre e ha riacquistato la memoria e la parola. Se me lo avessero chiesto un anno fa, avrei risposto che non era possibile».

Eppure, per una serie di circostanze fortunate, Rosalba è tornata. E chissà per quanto tempo è rimasta prigioniera del suo corpo: «Si chiama sindrome di Locked in – spigano i medici – percepisci quello che ti sta intorno ma non dai segni esterni».

Mentre sembrava che dormisse, Rosalba memorizzava i nomi di tutti. Con lei anche i figli si sono “risvegliati” da un incubo: «Non dimenticherò mai il volto dell’operatore che, dietro le porte della Rianimazione dell’ospedale Civico, ci chiese il consenso per la donazione degli organi».

I medici del Civico iniziarono l’osservazione per la morte cerebrale, ma il neurochirurgo registrò dei piccoli movimenti. E decise di provare l’impossibile per ridurre l’idrocefalo provocato dall’emorragia.

Negli ultimi giorni i figli si sono messi alla ricerca di quel chirurgo. E lo hanno trovato. Si chiama Giancarlo Perra e mentre guarda i video della signora che sorride e risponde alle domande, non crede ai suoi occhi: «Quando arrivò – racconta – era già in coma e la Tac mostrava il cervello inondato di sangue per la rottura di un aneurisma alla basilare. Decisi di operare lo stesso».

Oggi quell’operazione non sarebbe più possibile: «I protocolli sono cambiati e su un paziente così non si interviene più in modo tradizionale».

L’intervento tecnicamente riuscì ma la signora non si svegliò. Dopo un mese fu trasferita a Messina con diagnosi di stato vegetativo. Per lei adesso inizia una nuova battaglia.

«Chiediamo alle istituzioni di trovare una sistemazione più vicino a casa», è l’appello dei figli Rita, Vincenzo, Giusi, Piero, Tony ed Emanuele che ringraziano il personale dell’istituto. «Riusciamo ad andarci solo una volta a settimana a turno. A Palermo non ci sono altri centri in grado di ospitarla».

La signora ha infatti bisogno di una riabilitazione specifica e si nutre artificialmente: «Ma la terapia dell’affetto – conferma la dottoressa Pollicino – è fondamentale. È assurdo che in Sicilia non sia possibile garantire a chi è nelle condizioni di Rosalba un’assistenza domiciliare adeguata».

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