Durante il discorso pronunciato alla cerimonia di introduzione alla Basketball Hall of Fame Michael Jordan rivolse ai suoi figli, una frase significativa: You know I think that you guys have a heavy burden. Potremmo chiamarla la sindrome dei figli d’arte, la stessa che avrebbe afflitto Cristiano De André per molta parte della sua vita. Eppure, un blues presentato al Festivalbar del 1986 diceva già molte cose sul suo (immenso) talento.

Durante il discorso pronunciato alla cerimonia di introduzione alla Basketball Hall of Fame Michael Jordan rivolse ai suoi figli, una frase significativa: You know I think that you guys have a heavy burden I wouldn’t want to be you guys if I had to, because of all the expectations that you have to deal with.

Heavy burden, un pesante fardello: essere i discendenti del più grande di sempre tra quanti si siano cimentati con il gioco inventato da James Naismith (un canadese!) avrebbe potuto essere un indubbio vantaggio ma anche un notevole handicap. È realismo. È la vita.

Potremmo anche chiamarla la sindrome dei figli d’arte, la stessa che avrebbe afflitto Cristiano De André per molta parte della sua vita. Eppure, un blues presentato al Festivalbar del 1986 diceva già molte cose sul suo (immenso) talento: il brano si chiama Elettrica e non si trova su Youtube. Ma si può ascoltare qui, con tanto di fruscii vintage.

All’epoca, il cantautore aveva solo 24 anni, una lunga esperienza musicale alle spalle e tanta strada da fare: l’avrebbe percorsa tra mille contraddizioni personali e un’impronta assai personale, in fondo diversa da quella del padre, il modello degli artisti maledetti per eccellenza, quello di Amico fragile e Crêuza de mä e basta giustapporre questi due titoli per capire il peso che – al di là delle millanta pagine che si potrebbero scrivere sull’argomento – De André sr. ha avuto sulla cultura pop-rock e sulla poesia tout-court italiane.

Stasera al Teatro Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto (sold-out per l’occasione) De André jr. porta il suo attesissimo (dal pubblico e dagli addetti ai lavori) fardello: in fondo per lui non è un problema, lo fa da sempre benissimo, con una voce di limpidezza straordinaria, con una conoscenza enciclopedica del repertorio del padre e un soverchiante talento da musicista.

Al punto che anche i più esigenti conoscitori di De André padre – in relazione a molte canzoni – farebbero fatica a scegliere tra le rispettive interpretazioni dei classici della discografia di Fabrizio. Risuona la stessa passione artistica e civile, quella che ha portato Fabrizio a solidarizzare con i suoi rapitori sardi e Cristiano De André a scrivere Invisibili.

A detta del suo autore, «racconta le esperienze che ho vissuto in prima persona durante la mia giovinezza. Racconta di Genova e dell’Italia in quel periodo in cui i giovani si erano messi in moto per sovvertire la cappa clerico-fascista-democristiana che aleggiava sul paese. Poi ci ha pensato la droga, l’eroina a piegare una generazione».

Cappa clerico-fascista-democristiana, c’è tanto Pasolini in questa espressione. E ci sono tutte le cose sulle quali i De André indagano e scrivono da sempre. E non hanno mai sbagliato una parola né una nota.

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