Chi è l’intellettuale? Dovrebbe essere «uno che crea, uno che pensa». Una volta – nemmeno tanto tempo fa – era su di loro, scrittori, giornalisti, storici o scienziati che fossero, che si misurava il grado di sviluppo di una società, di una comunità. E l’ultimo degno di tale appellativo è stato Pier Paolo Pasolini: uno che aveva previsto tutto. Ed è stato ascoltato poco, a giudicare dai risultati.

Chi è l’intellettuale? Dovrebbe essere «uno che crea, uno che pensa». Una volta – nemmeno tanto tempo fa – era su di loro, scrittori, giornalisti, storici o scienziati che fossero, che si misurava il grado di sviluppo di una società, di una comunità.

E l’ultimo degno di tale appellativo è stato – consensu omnium – Pier Paolo Pasolini: uno che aveva previsto tutto. Ed è stato ascoltato poco, a giudicare dai risultati.

«L’intellettuale vero non deve essere organico alla politica, deve essere disallineato rispetto alle contingenze, deve essere lungimirante, prevedere il futuro in base ai dati che ha a disposizione – chiarisce Patrizia Zangla nel corso di un colloquio con 100Nove – e il prototipo di questo modello è proprio Pasolini, uomo di sinistra non organico al Partito Comunista Italiano. In realtà la politica non fa altro che imbrigliare l’intellettuale, se ne serve. Chi è capace di farsi avanti da solo – dice la studiosa – non ha bisogno di agganciarsi a questo o quel carrozzone».

Viene in mente l’esperienza di Franco Battiato, assessore alla Cultura della Regione Siciliana durante uno dei governi Crocetta: «Un flop», questo il lapidario giudizio della Zangla.

Possono i social network dare un contributo all’attività di un intellettuale? Patrizia Zangla è scettica sull’argomento: «Si tratta di un pensiero debole, in realtà gli studiosi e i critici si muovono dentro un mondo di riferimenti precisi, non certo legati alla logica dei like o dei retweet. In realtà – osserva la studiosa – chiunque crei o pensi deve tenere in conto di andare oltre alla propria dimensione geografica con il proprio corpo, non certo in maniera virtuale: per questo a Barcellona i veri intellettuali che io voglia ricordare, per quanto riguarda gli ultimi cinquant’anni, sono Nino Pino Balotta e Michele Stilo, i quali si sono affrancati da una dimensione provinciale».

Quale può essere un produttivo rapporto tra gli intellettuali e la politica? «Di sicuro la politica ha bisogno della lungimiranza degli intellettuali e della loro capacità di fornire contenuti da elaborare – dice la Zangla – ma devono essere voci libere, non rare negli anni Settanta del secolo scorso: Carlo Casalegno, Camilla Cederna, Walter Tobagi e Mauro De Mauro hanno fatto capire quanto sia positivo vivere e lavorare lontani dalle suggestioni e dai condizionamenti dell’establishment».

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