Quando è ancora buio, alle prime luci dell’alba sbucano dalla campagna silenziosi furtivi, zainetto
sulle spalle, la testa china sulla terra. Escono come dalle viscere della terra, dai loro rifugi di fortuna, tende rabberciate sotto gli alberi, teloni di plastica puntellati come dentro una serra. A Cassibile sbucano
come tarme dalle rovine delle vecchie case del marchese, come chiamano qui la contea del nobile, proprietario di ettari su ettari di campi.

A Mineo, invece, li vedi già all’alba a ridosso dell’ uscita della superstrada che va da Catania e Gela, gli alberi come gabinetti, bidoni di plastica come lavandini, pezzi di corda come stenditoio dei loro vecchi
abiti. In piedi, alla spicciolata, in fila indiana sul bordo della statale, percorrono i due chilometri che li portano alla piazza del paese, il luogo del reclutamento, uno dei tanti nella Sicilia orientale che – secondo le risultanze investigative del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – cominciano ad essere sempre di più possibili luoghi di radicalizzazione islamica. Ma qui, alle cinque del mattino, di musulmano c’ è
ben poco. Sono tutti uguali, tunisini, marocchini, sudanesi, senegalesi, ivoriani, bengalesi: tutti manovalanza schiavizzata per il lavoro nei campi. Sono scene che si ripetono tra Mineo, Palagonia, Cassibile, Paterniò. Le nuove frontiere dello sfruttamento dei campi che diventa intensivo, via via
che ti avvicini alla zona di Vittoria, nel Ragusano, l’Eldorado della schiavitù sotto il caporalato.

Nove, dieci ore a raccogliere frutta o ortaggi, la schiena sempre ricurva. Ora che è maggio, nella piana di Cassibile è tempo di patate. Hamed, marocchino, 32 anni, è tra i più fortunati, quelli che – seppure pagati a giornata – possono contare su un lavoro pressoché fisso, nelle serre di alcune delle aziende agricole più grosse della zona. Anche lui, altri, nell’ attesa del Tigrotto che lo passi a prendere, è in fila alla macelleria araba della piazza di Cassibile per un panino, il cibo che è anche companatico per tutta la giornata. «Sono qui da 10 anni – ammette – ho fatto venire la mia famiglia, comincio all’ alba tutti i giorni, alle cinque qui in piazza e alle sei in serra e vado avanti così fino alle quattro. Poi vado in moschea a pregare». Hamed è uno delle poche decine di fortunati che il lavoro ce l’ ha sempre e che viene pagato quasi il doppio degli altri, 50 euro al giorno» (scopri tutti i retroscena sul settimanale 100Nove Press in edicola o attraverso l’area abbonati).

 

Francesca Brezzi

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