C’è Giuseppe Graviano, capo mafia del quartiere palermitano Brancaccio, che dice di avere fatto sesso con sua moglie. E dov’è la notizia? Una coppia di sposi che fa sesso rientra nelle regole, no? Ma se lui è in carcere e lei lo va a trovare nascosta in un cassonetto della biancheria le cose cambiano. Insomma, la notizia è di quelle che deve essere “urlata” in prima pagina, altroché. Merita addirittura un titolo sopra la “testata” del giornale.

Per chi ha superato i sessant’anni non c’è nulla di nuovo. Ha sentito o letto, per esempio, che per alcuni
detenuti di “prestigio” il carcere palermitano è stato una specie di Grand Hotel di Cosa nostra, dove si
poteva fare qualsiasi cosa. Ma, a volere credere alla storia di Graviano, sarebbe ancora oggi così. Insomma, ci sarebbero alcuni detenuti de l’Ucciardone che continuano a godere privilegi particolari. Lui racconta a un compagno di cella del carcere di Ascoli Piceno che nel 1996 mise incinta sua moglie, proprio mentre si trovava rinchiuso a l’Ucciardone. E’ vero, non è vero, non lo sappiamo. Quello che
è certo è che negli ultimi sessant’anni nel carcere palermitano sono accadute tante di quelle storie da incuriosire scrittori e cineasti. E’ qui, per esempio, che il 9 febbraio del 1954 muore avvelenato con un caffè alla stricnina Gaspare Pisciotta, braccio destro del bandito Salvatore Giuliano. Così la raccontano le cronache. Mancano pochi minuti alle 8 quando un urlo squarcia il silenzio del carcere. Gli agenti di custodia corrono in direzione della cella da dove proviene il grido di dolore. Guardano di là delle sbarre e vedono un uomo sul pavimento che si contorce. E’ Gaspare Pisciotta, che ha appena bevuto un caffè. Accanto a lui c’è il padre. Ma chi ha messo il veleno nella tazzina di Pisciotta? Il padre? Qualche agente di custodia? Mistero. L’unica cosa certa è che poco tempo prima Pisciotta aveva giurato che presto avrebbe fatto i nomi dei responsabili della strage di Portella delle Ginestre. Una dichiarazione che è come un’auto condanna. Non c’è alcun mistero, invece, nella morte nel carcere de l’Ucciardone di Vincenzo Puccio, uno dei tre assassini del capitano dei carabinieri  Emanuele Basile, ucciso a Monreale la sera del 4 maggio del 1980. L’ultima ora per Puccio scocca il 10 maggio dell’89, per mano di Antonino e Giuseppe Marchese, cognati del super killer corleonese Leoluca Bagarella. Quella bistecchiera nelle mani dei fratelli Marchese diventa un’arma letale. Costruito nel 1936, a poca distanza dal porto, uno dei maggiori problemi de l’Ucciardone è il super affollamento. Realizzato per contenere 550 detenuti il numero è quasi sempre triplicato. Fa freddo d’inverno e il caldo dell’estate toglie il sonno (scopri tutti i retroscena sul settimanale 100Nove Press in edicola o attraverso l’area abbonati).

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