Con il passare degli anni il mistero di Ustica, invece che svelarsi lentamente come sarebbe lecito aspettarsi, diventa sempre più intricato e difficile da raccontare. Avvolto nel primo decennio da una forzata coltre di silenzio, ha poi conosciuto il legittimo interesse giudiziario e mediatico negli ultimi dieci anni del millennio. In questo periodo, mentre procedeva a fatica la scandalosamente lenta campagna di ricerca e recupero dei rottami sommersi, a intervalli più o meno regolari emergevano anche decine di tesi, rivelazioni, perizie, testimonianze, indizi, depistaggi che smentendosi a vicenda nel merito delineavano però con certezza un intricato quadro di relazioni internazionali in cui erano coinvolti vertici politici e militari, facendo intuire la presenza di rapporti e segreti inconfessabili. Dopo la sentenza del Giudice Priore del 1999, che attualmente rappresenta, per quanto incompleta, l’unica verità giudiziaria esistente sul caso, è iniziato un altro decennio in cui, anche grazie alla crescente diffusione di internet, opinioni più o meno fantasiose, più o meno interessate e più o meno documentate hanno mescolato nuovamente tutti gli elementi raccolti senza curarsi di distinguere quali fossero accertati e quali non supportati da alcuna prova. Il risultato che si osserva a trentasette anni di distanza è che nelle vecchie generazioni ognuno si è formato la propria idea di verità che ritiene essere l’unica possibile, mentre quelle nuove sono sempre più confuse. Chiedere ai giovani cosa sanno di Ustica rappresenta un test tanto interessante quanto desolante sulla condizione della memoria storica anche recente del nostro paese. Missile, bomba, collisione, cedimento strutturale: parole che hanno perso di significato e interesse, mentre ogni anno si allarga sempre di più la fetta di quanti  liquidano l’argomento con un rapido  “tanto non ce lo diranno mai”, contribuendo non solo alla formazione di una nuova coltre di oblio sull’evento, ma anche all’instaurazione di una sorta di abitudine al disinteresse, che rappresenta il terreno migliore per il ripetersi delle ingiustizie.

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