Il 2017 è l’anno in cui si ricordano i quarant’anni dalla scomparsa della più grande cantante lirica del secolo scorso avvenuta il 16 settembre 1977 a Parigi. Sarà pertanto un anno ricco di celebrazioni, recital, omaggi e quant’altro per commemorare la figura della Divina, di colei che grazie alla sua incredibile estensione vocale e a anni ed anni di esercitazione riusciva in pratica a disimpegnarsi ottimamente in tutti gli spartiti scritti per un soprano sia che fosse drammatico, lirico, di coloratura, leggero e finanche
mezzosoprano, tanto che per lei fu coniato il termine di “soprano drammatico di agilità”.

Tanto per fare un esempio, nel gennaio del 1949, la Callas, a Venezia, compì una di quelle imprese “leggendarie”: interpretò la parte di Brunilde nella Walkiria di Wagner e, tre giorni dopo, quella di Elvira
nei Puritani di Bellini. Due ruoli completamente diversi, tecnicamente opposti, che nessun soprano può permettersi di affrontare, a breve distanza di tempo l’uno dall’altro, senza rischiare di rovinarsi la voce. Maria li sostenne con disinvoltura e al massimo livello, proprio grazie a quella misteriosa tecnica che
possedeva e che, forse, aveva estorto, facendo molta attenzione fin da piccola al canto dei suoi canarini sfregando le dita sul collo dei pennuti per carpirne i movimenti mentre gorgheggiavano. Appoggiando l’indice sulla gola dei suoi uccellini cercava di sentirne il movimento, le pulsazioni delle vene nel tentativo di rubare i segreti di quelle bestioline. In pochi conoscono però la difficilissima infanzia e adolescenza affrontate da Maria. Figlia di George e Evangelia Kalogeropoulos, nacque a New York nel dicembre del 1923 ove i suoi genitori e la sorella maggiore Jakinthe, detta Jackie, si erano da qualche mese trasferiti. Duplice era stato il motivo del trasferimento: la ricerca di una maggiore fortuna oltre oceano (in quegli anni diversi greci lasciarono la patria per tentare l’avventura in America) ma soprattutto quella di tagliare i ponti col passato, di abbandonare quei luoghi che tristemente ricordavano loro la morte prematura del loro secondogenito Vasily a seguito di una epidemia di tifo. La perdita del figlio maschio aveva isolato il marito dal resto della famiglia, tutto concentrato sul lavoro, commesso di una farmacia con l’intento di aprirne una tutta sua. Fu proprio negli States che gli fu suggerito di rendere il suo cognome più snello per essere più facilmente compreso e meglio ricordato sul lavoro. La madre contava molto su questa nuova gravidanza: la nascita di un maschio, secondo lei, avrebbe riportato l’unità familiare dissoltasi dopo la scomparsa di Vasily. Era così fermamente convinta che si sarebbe
trattato di un maschietto che arredò la cameretta d’azzurro così come d’azzurro erano i vestitini che andava preparando. Ma quando al Flower Hospital di New York le fu comunicato che trattavasi di una bambina il primo commento fu: “Portatela via, non voglio vederla”. Questo fu per così dire l’esordio di Maria Callas nella vita.

Il primo saluto che ricevette dalla madre all’ingresso in questo mondo. La nascita di una bambina e non di un maschietto sancì la definitiva rottura tra marito e moglie che d’allora vissero come separati in casa. I due non si accordarono neanche sul nome da dare alla bambina, l’una propendeva per Sofia, l’altro per Cecilia, tanto che gli infermieri dovettero annotare entrambi i nomi e solo nel giorno del battesimo fu aggiunto anche il nome di Maria. Padrino, nell’occasione, fu il medico di origini greche Leonidas Lantzounis, colui che aveva reso possibile il trasferimento dalla Grecia agli Usa della famiglia Kalogeropoulos e che, una volta arrivato, aveva consentito a George di trovare il suo primo impiego in terra americana (scopri tutti i retroscena sul settimanale 100Nove Press in edicola o attraverso l’area abbonati).

 

 

Orazio Leotta

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