E’tempo di saldi. Chissà quante donne, nella vita, hanno sognato di indossare un capo di Valentino, senza poterselo permettere. Sheikha Moza invece, stanca di possederne a bizzeffe, ha deciso di acquistare l’intera casa di moda. E fu così che la maison divenne qatariota. La fortunata è la seconda delle tre mogli di Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar dal 1995 al 2013 e madre di quello attuale, Tamim bin Hamad al-Thani. Quando si dice un matrimonio vincente. L’ affare è della holding “Mayhoola for Investment”, riconducibile direttamente a lady Moza, per un valore (che molti non esitano a definire gonfiatissimo) di 700 milioni di euro. E il marchio, dal giorno del passaggio di mano è pure decollato: i ricavi sono saliti dai 458 milioni del 2012 al miliardo di fine 2015. E poi tanti alberghi di lusso, che bene si abbinano ai capi d’alta moda: il Four Seasons di Milano, Palazzo Gritti a Venezia, il Four Season e il Baglioni di Firenze, il Westin, il St. Regis e l’Aleph Boscolo di Roma.

Il San Domenico di Taormina è sfuggito per un soffio: l’imprenditore casertano, Giuseppe Statuto, se l’è aggiudicato sul filo di lana. La Sardegna è praticamente una colonia: il fondo sovrano del Qatar ha rilevato la Smeralda Holding, conglomerata che include quattro hotel a 5 stelle, la marina, il cantiere di Porto Cervo e il Pevero Golf Club; e per non farsi mancare niente anche il 49% della compagnia aerea sarda, Meridiana. Nella zona ha anche speso 1,2 miliardi per terminare il Mater Olbia del San Raffaele, rimasto a metà: i maligni parlano di una “captatio benevolentiae”. Sarà, ma intanto l’ospedale potrà aprire i battenti. Le banche italiane invece, non hanno mai suscitato grande interesse: la trattativa per l’acquisto del Monte dei Paschi di Siena è naufragata. Il Qatar ha preferito investire in Deutsche Bank, Barclays e Credit Suisse. Meglio l’immobile, che come è noto non soffre la crisi. O quasi. L’emiro, a Milano, si è appropriato, con un esborso di 2 miliardi di euro, del “Progetto Porta Nuova” con i suoi 25 edifici tra cui le torri Unicredit e il Bosco Verticale. C’è chi giura che gli investimenti dell’emiro in giro per il mondo, non si fermeranno neanche di fronte al recente embargo diplomatico ed economico imposto dall’Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Egitto
e Bahrain (con la sponda americana).

 

Il Qatar è sospettato di finanziare il terrorismo islamico e di intrattenere stretti rapporti con Hamas e la Fratellanza Musulmana. “Non abbiamo alcuna intenzione di rispettare le 13 richieste avanzate -ha dichiarato perentorio il ministro degli esteri, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, durante una conferenza stampa, tenutasi l’1 luglio a Roma nel Westin Excelsior (hotel di proprietà) -e non abbiamo paura di un intervento armato saudita”. Tra le istanze presentate c’ è la chiusura della base militare turca, costruita lo scorso anno a una trentina di chilometri da Doha, lo stop dei rapporti con l’ Iran, con il quale il Qatar condivide lo sfruttamento dei giacimenti di gas, il versamento di “riparazioni” in denaro per i paesi del blocco e l’oscuramento della tv qatariota, Al Jazeera, accusata di trasmettere messaggi che incitano all’ odio. “Le richieste arrivate al nostro Paese – ha concluso il ministro al Thani – vanno contro la libertà di espressione e la nostra integrità. I conflitti dovrebbero essere regolati tramite negoziati. Abbiamo bisogno di prove che testimonino queste accuse e solo successivamente potremo ricevere delle richieste. Stiamo cercando di essere più costruttivi con Paesi che si stanno dimostrando più volenterosi di ascoltare, parlo del Kuwait e degli USA”.

Se Dio vuole conquisteremo Roma. Non con la spada, ma con la Dawa” (il proselitismo). In Sicilia, il Qatar ha preferito puntare sul no profit, tramite la “Qatar
Charity Foundation”, un’istituzione statale che ha lo scopo di supportare la nascita di scuole, moschee e centri culturali islamici. La fondazione ha mosso i primi passi nel 2013, mettendo a disposizione 2,5 milioni di euro per la costruzione di 4 centri islamici: quello di Ispica (che ha ricevuto 256.956 euro), la moschea di Catania (a cui sono andati 428.260 euro), il centro islamico di Messina (879mila) e la moschea di Comiso (809 mila). Nel maggio del 2013, l’imprenditore qatariota, Al Hemadi, durante una visita a Mazara delVallo, si era detto disponibile a contribuire al risanamento della Casbah, tramite un intervento di recupero territoriale che prevedeva anche la realizzazione di una moschea. Tutto a sue spese naturalmente. Non mancarono le solite promesse di futuri accordi commerciali. Al Hemadi, aveva anche annunciato di aver superato le sue perplessità, legate alla presenza della criminalità organizzata: “sin dai primi contatti mi sono accorto che siete gente straordinaria, amichevole e per bene, con la quale voglio intraprendere un proficuo rapporto di collaborazione”. Dopo quella visita, del ricco imprenditore qatariota, non si seppe più nulla. Ma se il Qatar si concentra sullo spirito, gli Emirati Arabi sembrano più interessati al settore “food e beverage” siciliano. Una possibilità di approfondimento è stata offerta da un incontro organizzato dalla Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi (l’IICUAE di Dubai) in collaborazione con la Camera di Commercio di Catania. Da diversi anni, il sistema finanziario degli Emirati attrae molte imprese siciliane, grazie soprattutto ad un livello di tassazione molto ridotto. Giusto per fare un esempio, sul posto sono attivi circa 200 ristoranti italiani, mentre 330 imprese
si sono insediate nelle cosiddette “Free Zone”, istituite dal governo arabo per incoraggiare il commercio e gli investimenti esteri.

Negli Emirati inoltre, le infrastrutture sono tra le migliori al mondo. La libertà di commercio è pressoché assoluta: non esistono restrizioni in fatto di registrazioni, assunzioni, visti e requisiti legali. Lo stato saudita non prevede alcuna imposta societaria e garantisce la massima flessibilità sulla scelta della sede.

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