La Samot (una onlus che si occupa di assistenza ai malati terminali) e l’Associazione italiana avvocati hanno organizzato al Palazzo di Giustizia di Palermo, la mattina di giovedì 22 giugno, un originale “Processo alle direttive anticipate di trattamento”: un dibattito, insomma, sulla legge (approvata alla Camera e in attesa di approvazione in Senato) sulle disposizioni che il cittadino potrà redigere su come intende essere curato qualora dovesse versare in condizioni di salute così precarie da non poter decidere autonomamente, o per lo meno da non poter esprimere con chiarezza le proprie volontà.

Su uno dei nodi cruciali della discussione – il diritto a essere curati implica anche il dovere di farsi curare sino a quando ad altri sembrerà giusto ? – si sono alternati al microfono medici, come Giorgio Trizzino, Roberto Garofalo, Laura Tartaglia e Giovanni Moruzzi, avvocati come Rosario Dell’Oglio, magistrati come Salvatore Di Vitale e Mario Conte, giornalisti come Riccardo Arena, filosofi come Giuseppe Savagnone e anche familiari di vittime del cancro come Giuseppe Di Rosa. Da filosofo consulente ho avuto molto da ascoltare e da imparare e, quando è arrivato il mio turno (verso la fine: come, secondo Hegel, capita alla filosofia, quando i giochi sono quasi fatti), ho potuto esprimere delle perplessità critiche. La prima riserva concerneva l’impostazione di molti interventi basati sulla contrapposizione fra cattolici e laici in tema di bioetica. Non è un po’ strano che si contrapponga la posizione ufficiale di una minoranza statistica (i cattolici ufficiali, praticanti, non superano in Italia il 10% della popolazione) a una maggioranza che viene qualificata “laica” solo in senso negativo, come sinonimo di “non cattolici”? Già se si parlasse di posizione “cristiana” (e non solo “cattolica”) si scoprirebbe che si tratta, al plurale, di posizioni: molto variegate, differenziate, dialettiche. Di contro, i “laici” non sono solo caratterizzati dai “no” ai dogmi e ai diktat, perché – come ricordava già Norberto Bobbio – essere “laico” significa usare la propria testa, dubitare delle proprie convinzioni, ricercare senza sosta e senza preclusioni. Allora, forse, la differenza vera non è tra credenti e laici, ma fra laici (credenti o non credenti) e bigotti (che siano clerico-bigotti o atei devoti). Se si accetta questa precisazione sui fronti realmente contrapposti, i “laici” o pensanti non avranno paura di sostenere che ogni uomo ha diritto a determinare la propria morte esattamente come ha diritto a gestire la propria vita. Essi non regaleranno a nessuno schieramento bigotto (cattolico o di altro segno) né il monopolio della dignità della persona né il monopolio del rispetto di Dio. Mi spiego meglio. Si dice, ed è stato ripetuto al convegno di Palermo, che il medico non può aiutare il paziente a morire perché quest’ultimo rimane una persona anche quando è in stato vegetativo: ciò di cui sono convinto – e ciò che spero per me quando dovesse arrivare il mio turno – è che si debba aiutare un malato ad assopirsi (in caso di malattia inguaribile e tormentosa) non perché si cessi di considerarlo una persona, ma proprio perché lo si consideri tale.

L’eutanasia (prevista e chiesta dal soggetto in questione, evidentemente; in altri casi, come nel nazismo, non è eutanasia ma assassinio) non ha senso solo in un orizzonte individualistico, relativistico, soggettivistico, nichilistico, ma anche – e direi ancor di più – in un orizzonte di personalismo comunitario che riconosce all’essere umano la libertà che Dio stesso gli ha intrinsecamente donato. Dio: questa è la seconda parola che non va regalata al fronte bigotto (cattolico o ateo o agnostico che sia). Se credo in un Creatore come origine e donatore della vita, non posso concepirlo come uno stupido tiranno che m’inchioda al suo dono nonostante il passare del tempo e la corruzione conseguente: sarebbe una bestemmia teologica ! Se qualcuno mi dona una pianta o un animaletto ne avrò tutta la cura possibile, ma – qualora il vivente dovesse avvizzire o spegnersi – sarebbe ancora segno di intelligente gratitudine da parte mia conservare sul tavolo della mia stanza la pianta rinsecchita o il gattino putrefatto? Anche la mia vita biologica è preziosa. Se credo che mi viene da un Mistero divino, non potrò fare a meno di pensare che mi è stata data senza il divieto di restituirla qualora da dono gratificante si trasformi in peso insopportabile. Tanto più se credo che, al di là della fine biologica, mi attenda una vita più piena e gratificante: la vita “eterna”. L’ultima riserva me l’ha sollevata l’appello – più volte ritornato nel corso del seminario di studio – al giuramento di Ippocrate. A parte la possibile obiezione che i medici ci ricorrono per alcune parti ma non per tutte (per esempio ritengono, comprensibilmente, anacronistico il passaggio in cui si promette di insegnare quest’arte agli aspiranti medici “senza richiesta di compensi economici”), il medico che accorcia l’agonia di una povera Englaro è uno che sta tradendo la propria dedizione al benessere psico-fisico del malato o non sta piuttosto prestando l’estremo aiuto terapeutico possibile? E’ stato affermato dal filosofo cattolico Savagnone che togliere l’alimentazione e l’idratazione artificiali sia un atto di crudeltà: meglio “sparare” al paziente.

Nella logica del suo discorso si trattava di un paradosso, ma se sostituiamo “sparare” con “assopire definitivamente” il paradosso si scioglie: a mio parere ci sono gesti che appaiono misericordiosi e in realtà sacrificano le persone sugli altari ideologici e ci sono gesti che appaiono crudeli e in realtà assicurano alle persone l’ultimo segno della nostra umana solidarietà.

 

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