Sono passati venticinque anni perché fossero rese pubbliche alcune relazioni del Csm su Paolo Borsellino. Ma a parte la retorica sulla ricorrenza della strage di via D’Amelio, quello che inquieta l’opinione pubblica è il corredo di misteri che in Italia accompagnano sempre fatti di questa portata come la morte annunciata, dopo la strage di Capaci, dell’ex procuratore capo di Marsala.

Dopo venticinque anni Amedeo Bertone, Gabriele Paci e Lia Sava, i vertici della Procura di Caltanissetta, sono impegnati più che mai a diradare la nebbia dei falsi pentiti. Non le dichiarazioni di Scarantino alle quali il magistrato Ilda Bocassini, poi trasferita a Milano, mostrò sempre di credere poco e  hanno poi determinato la condanna all’ergastolo di persone risultate estranee all’attentato.  Le dichiarazioni che si passano ora al setaccio sono quelle di un pentito, Armando Palmeri, autista del boss Vincenzo Milazzo ammazzato cinque giorni prima di Borsellino, quando scomparve il 14 luglio 1992 con la fidanzata Antonella Bonomo. L’autista del capomafia trapanese, raccontò anni fa che il boss aveva più volte incontrato personaggi legati ai servizi segreti che avrebbero illustrato un progetto volto a stabilizzare lo Stato con stragi, anche esterne, alla Sicilia. Come poi puntualmente si verificò. Ora Palmeri a distanza di tanto tempo, assistito da un avvocato che di nome fa Antonio Ingroia, è stato riascoltato dai magistrati. Come dire si riparte da zero. Come è successo per la strage di Ustica.

Lo Stato italiano dopo trentasette anni dai fatti è stato nuovamente condannato a risarcire i familiari delle vittime con una accusa pesantissima: i vertici delle Forze Armate hanno ostacolato la verità: sapevano e sanno benissimo quello che  è successo  la sera del 27 giugno 19880 quando l’aereo Douglos della compagnia Itavia fu colpito da un missile nei cieli di Ustica. Hanno semplicemente mentito. Segreto di Stato. Questo mentre il capo dello Stato Sergio Mattarella, presente a Palermo per commemorare Borsellino, chiede sempre che si scavi per sapere la verità. Ma basta poi una semplice domanda della giornalista Milena Gabbanelli a un  ambasciatore estero, già uomo della Cia, che accetta di farsi intervistare per Il Corriere della Sera, e alla domanda “Sapete cosa è successo nei cieli di Ustica?”, risponde candido: “Certo che lo sappiamo. Ma lo Stato italiano non ci ha mai voluto chiedere ufficialmente i tracciati”. Così funziona in Italia. Sappiamo, facciamo finta di nulla ( Domani su 100Nove in Edicola).

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