Antiracket, occhio alle delegittimazioni

Attaccati sui soldi, leciti, del Pon perché si rifiutarono di “cavalcare una campagna di criminalizzazione di Confindustria”. Dopo le lettere, i veleni e le querele, il presidente della Fai, Federazione delle associazioni antiracket e antiusura Giuseppe Scandurra e il presidente onorario Tano Grasso, ribadiscono la loro linea ad inizio luglio dinnanzi ai componenti della Commissione Parlamentare Antiamafia.

Una convocazione che si inserisce nel lavoro dei parlamentari sulla presunta “falsa antimafia” ma che è stata utile anche per discutere nuove proposte normative in tema di lotta a racket ed usura. E in tal senso la Fai ha avanzato ipotesi normative per rendere il sistema di prevenzione antiracket più efficiente e trasparente, con particolare riguardo al figura del commissario Antiracket nazionale e alla “destinazione, all’utilizzo e al controllo dell’impiego dei fondi pubblici, oggetto di recenti articoli di stampa proprio con riferimento all’attività della Fai”. Ed è sugli articoli di stampa che hanno raccontato dei 7 milioni di euro percepiti dalla Federazione tra il 2007 e il 2013 (secondo la stessa diffamatori) e sulle mancate solidarietà, che si scarica la furia dei presidenti antiracket.

Fai e l’intero movimento antiracket – dichiara Scandurra – vivono una fase di grande difficoltà, derivante da una campagna di grave delegittimazione che, strumentalizzando l’esperienza del Pon Sicurezza, tende ad annullare il valore dei risultati ottenuti”. Una delegittimazione che ha trovato, dice ancora il presidente, “un’insensibilità delle istituzioni che, in una prospettiva di indifferenza, non ritengono di spendersi a tutela del valore di quest’esperienza costruita nel tempo e sul campo”. Sarà poi Grasso, nella seconda fase dell’audizione, che traccerà una linea diretta tra gli articoli contro il Fai e le vicende di Antonello Montante. “La data di inizio, in cui in molti articoli si faceva riferimento generico ed allusivo all’antiracket, mai con nome e cognome come è accaduto il 10 maggio, coincide con l’esplosione del caso di Confindustria Sicilia – spiega il presidente onorario -. In quell’occasione abbiamo assunto una posizione a mio giudizio semplicissima e di grande buonsenso, che è quella di distinguere una vicenda giudiziaria, su cui è compito dell’autorità procedere e indagare, con un’esperienza, quella dei nostri colleghi di Confindustria in Sicilia, che comunque ha avuto un importante valore nella lotta al racket… Noi siamo culturalmente contrari ad una prospettiva di antimafia segnata da fanatismo, nella quale, se non sei con me, sei contro di me.. Noi ci siamo rifiutati di cavalcare una campagna di criminalizzazione di Confindustria, questo a mio giudizio è il punto”. Insomma, i soldi non c’entrano nulla, secondo i vertici della Fai, con il presidente Scandurra che, se da un lato rivendica come l’associazione abbia collaborato con il commissario nazionale antiracket, dall’altro precisa che “senza il Pon a cui ha partecipato la Fai quella quota (di fondi europei ndr) destinata a tali progetti sarebbe rimasta inutilizzata, con conseguente restituzione delle somme, che non sarebbero state impiegate in alcun altro progetto o programma”. Dopo di loro, quindi, il diluvio. “Ed allora – sbotta Scandurra – è grave non solo che qualcuno insinui e provi a diffondere l’idea che l’antiracke sia diventata ricca con il Pon, considerato un albero della cuccagna, ma il fatto che lo Stato in tutte le sue componenti non senta il bisogno di spendere il proprio peso istituzionale per difendere l’operato ed i successi ottenuti”. E sulle infiltrazioni? “Che qualcuno provi a infiltrarci è ovvio – dice Grasso – il problema è se noi abbiamo sufficienti anticorpi per tutelarci… Non basta la buona volontà delle associazioni, ma occorre ridefinire anche per legge questo aspetto”, inserendo appunto un sistema di maggior vaglio delle candidature di imprenditori che vogliano iscriversi ad associazioni antiracket”.

E sui rapporti tra Fai e AddioPizzo, Grasso rivendica il ruolo di mentore e certificatore. “Il mio compito in questi anni, soprattutto il mio compito personale, avendo grande esperienza (ormai sono ventisette anni che mi occupo di queste cose) e, quindi, avendo anche una rete di relazione diffusa nelle nostre istituzioni – si legge nel verbale – è quello di accreditare le associazioni antiracket presso i soggetti istituzionali”. Spazio, ovviamente, ai malpensanti: chi accredita l’accreditatore?

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