Archeologia, in Sicilia scavano solo gli stranieri

Un quarto di tutti i beni culturali italiani si trova in Sicilia. I 111 siti dell’Isola rappresentano il 26,4% del patrimonio nazionale, ma riescono ad attrarre soltanto il 9,2% dei visitatori ed incassano solo il 10,6% degli introiti totali. Durante l’estate, musei e luoghi di interesse rimangono spesso chiusi, inaccessibili per i turisti. Evidentemente non basta l’esercito di 1545 custodi a libro paga della Regione. A certificare il disastro ci ha pensato la Corte dei Conti: “La gestione dei siti e dei parchi archeologici siciliani è al limite del collasso”. Il procuratore generale d’ Appello, Pino Zingale, ne ha anche individuato il motivo: la mancanza di personale qualificato. “In gran parte dei siti mancano gli archeologi. Alla Valle dei Templi di Agrigento solo da poco ne sono stati assegnati tre, mentre il Parco Archeologico di Naxos è privo di architetti, geometri, restauratori, storici dell’ arte e ha una sola archeologa, figura che è del tutto assente nel Parco di Selinunte. Più di un museo è del tutto privo di restauratori e il personale di vigilanza e fruizione è inadeguato”. Nonostante ciò i siti siciliani sono in crescita: nel 2016, hanno
fatto registrare 4,4 milioni di ingressi e incassi per oltre 23 milioni di euro, con un incremento di 400mila visitatori e 2,8 milioni rispetto all’anno precedente. Attenzione. Il balzo in avanti è spiegabile con l’abbandono delle tradizionali “mete d’arte”, Francia, Nord Europa, Egitto, Tunisia e Marocco, considerate troppo pericolose.

Le “fortunate” congiunture internazionali però, non hanno impedito alla classe politica di continuare nello scarica barile. Conciliare la fruizione con le norme a tutela dei lavoratori in materia di trasferimenti, sembra impossibile. Si opta piuttosto per compromessi che portano a risultati poco soddisfacenti: molti siti (anche i più importanti) si trovano a rischio chiusura per carenza di personale e altri (spesso i minori) vivono situazioni di esubero. Le università italiane (in primis quelle siciliane) hanno da tempo rinunciato a scavare i propri siti archeologici. La mancanza di fondi ha spalancato la porta agli atenei stranieri che, sprovvisti di luoghi di studio in patria, vedono nella Sicilia la “terra promessa”. Già in tempi non sospetti, nel sito di Morgantina, nel comune di Aidone (in provincia di Enna), si sono avvicendate prima una missione svedese e poi le Università americane di Princeton e della Virginia. L’operazione “Il Ritorno delle dee”, che ha riportato in Sicilia una serie di preziosi reperti trafugati negli anni ’70 ed occultati nelle collezioni private e pubbliche di miliardari americani, si deve
a una campagna di stampa internazionale sposata anche dal professore statunitense Malcom Bell III che ha permessi il rientro in Italia di tesori (esposti anche all’Expo di Milano) come gli acroliti, rinracciati a casa del magmate Templesman, l’ultimo compagno di Jacqueline Kennedy, adesso nel Museo Archeologico di Aidone), gli “argenti di Eupolemo” e infine la “Venere di Morgantina”, precedentemente esposta al Paul Getty Museum di Los Angeles.

Nell’area archeologica del Parco di Lilibeo la nuova campagna di scavi è stata realizzata grazie al “Project Lilybèe”, promosso dall’Università di Ginevra. La collaborazione con l’ateneo svizzero ha permesso l’esposizione di alcuni cimeli del museo a Ginevra. Nel Parco archeologico di Monte Jato, nel palermitano, da oltre un ventennio lavora una missione svizzera guidata dal Prof. Isler. A Monte Polizo, sopra Salemi, è in azione un gruppo americano. Nel Parco archeologico di Agrigento sono stati siglati alcuni partenariati con la Duke University, la Durham, la Carolina del Nord U.S.A. e con l’Università di Barcellona. L’accordo e i relativi fondi permetteranno l’utilizzano di sistemi d’indagine all’avanguardia, come le camere con sensori multi spettrali in combinazione con quelle termiche. I risultati delle ricerche saranno associate ad indagini geofisiche per realizzare una mappa predittiva della città antica ad altissimarisoluzione. Entrerà in azione anche il drone e-Beep, che produrrà immagini a meno di 1 cm di risoluzione dal suolo. Infine il lavoro fatto, verrà esplorato in tre dimensioni grazie a strumenti di realtà virtuale, portatili ed immersivi.

A Selinunte, tutte le campagne di scavo sono condotte dalla New York University. La missione di quest’anno vede impegnati venti studiosi fra archeologici, architetti e restauratori, coordinati dal prof. Clemente Marconi, “cervello in fuga” romano emigrato negli USA. L’ultima missione ha riportato alla luce l’altra metà di un vaso utilizzato per i riti dedicati a Demetra (il primo pezzo era stato ritrovato lo scorso anno proprio all’ ingresso del tempio). Gli scavi sono proseguiti sul tempio R, dal quale sono emersi un frammento di terracotta dipinta che rivestiva il tetto degli edifici, un grosso alabastron (un vaso utilizzato per la conservazione di profumi o oli da massaggio) e anche un frammento d’avambraccio di marmo di Paros, lo stesso materiale col quale è stato costruito il giovinetto di Mozia.

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