“Karibu Chakama. Tuko pamoja!”. E’ la prima frase che mi sono sentita dire una volta arrivata in Kenya. In kiswahili significa “benvenuto a Chakama, siamo
tutti insieme”. Ho subito avvertito il grande senso di comunità che lega le persone del luogo e mi sono resa conto della loro disponibilità e generosità. Non tutti ti accolgono a braccia aperte: bisogna tenere a mente che sei il “wuzungu” (straniero), quello che viene da un altro continente. Devi adattarti ai tempi, al modo di vivere, cercando di essere come loro, con loro e per loro. Vivere insieme: non esiste cosa più bella.

Sono partita da Messina per l’Africa a gennaio. Nel biglietto il ritorno era già fissato. Ero incerta, preoccupata. Credevo di star male, di non riuscire. Erano tanti i dubbi: poi sono arrivata a Chakama, nella savana equatoriale. Un posto felice dove ad accoglierti sono i piccoli con i loro grandi sorrisi e i loro occhi neri, ricchi di luce che ne riflettono il mondo. La mia idea di volontariato è stata immediatamente stravolta: ho capito che svolgere questa attività non voleva dire solo stare con i bambini, giocare con loro. Lo sanno già fare, gli riesce benissimo e credetemi, si divertono come matti, anche facendo rotolare il copertone di una ruota. Essere volontario in una realtà del genere, per prima cosa, significa saper ascoltare con il cuore i problemi e le preoccupazioni della gente. Ma la cosa più importante è creare un legame, far capire che la tua presenza lì non è effimera. Bisogna davvero essere pronti a tutto. Adattarsi non è difficile, per me non lo è stato. In Africa la vita è semplice, pulita, viva, si respira a pieni polmoni un’aria che noi occidentali non conosciamo. Si cammina a piedi nudi perché la terra dà vita, non dobbiamo mai darlo per scontato. Per questo devo ringraziare “Africa Milele Onlus” che con il suo impegno, in Italia e in Kenya, porta avanti progetti trasparenti e concreti, utili per la gente che non conosce alternative o possibilità, rispettando e valorizzando le diversità di ogni essere umano e le sue tradizioni. Ad ogni forma di vita riesce a conferire dignità e libertà. La mia intenzione era di raccogliere testimonianze e raccontarle tramite la fotografia. Il progetto fotografico doveva essere il contorno di quest’esperienza. Invece mi sono ritrovata a fare fino a 5 mestieri diversi durante la giornata.

Foto di Maria Sole Denaro

La mattina ero un’infermiera, in pausa pranzo dipingevo una futura ludoteca ed il pomeriggio mi trasformavo nell’insegnante dei ragazzi della scuola superiore del villaggio. Approfittando dei miei studi di comunicazione ho provato a creare un Club di giornalismo: i “Chakama Broadcasters”. Il gruppo era formato da 14 studenti con la passione per la scrittura, la poesia, vogliosi di conoscere il mondo dell’informazione. Sono rimasta un po’ scossa durante il primo incontro: mi presentarono dei loro scritti, ma erano tutte poesie e poemetti. Non avevano idea di cosa fosse scrivere di fatti realmente accaduti. Come avrei potuto fare delle lezioni di giornalismo? Ne sarei stata in grado? Non mi sentivo all’altezza e giù una valanga di domande. Ma ero in Africa, dunque Hakuna matata. Non restava che prendere le cose di petto e buttarsi. Ho diviso il corso in due parti, iniziando con la teoria e poi passando alla pratica e alla scrittura. Le mie lezioni dovevano attirare l’attenzione dei ragazzi. Devo ammettere che è stato semplice, perché i miei studenti si sono dimostrati fin da subito volenterosi, capaci ed intelligenti. Alternavo momenti di serietà e precisione con attimi di svago e divertimento, ma sempre dalla loro parte, una di loro. D’altronde lo sono, siamo tutti uguali fin quando i nostri occhi sono ricchi di passione. Col passare delle settimane e dei mesi il gruppo era sempre più unito: mi riempivano di soddisfazione. Interagivano durante le lezioni, mi interrompevano solo per fare domande sugli argomenti trattati, mi chiedevano di continuare oltre l’orario scolastico. Vederli lavorare con dedizione e poi leggere i loro scritti ben strutturati, sarà uno tra i più importanti ricordi che porterò per sempre con me. In un mondo dove i mezzi di comunicazione invadono le nostre vite fino a tenerle in mano, come in trappola, provate ad immaginare un luogo dove i giornali non esistono, dove la televisione è solo una in un villaggio di 4.000 abitanti, dove la libertà di espressione è permessa ma solo a determinate condizioni. Solo le nuove generazioni possono abbattere questo muro e scoprire che oltre il curvone che delimita il villaggio c’è un mondo ricco di alternative. Ma credetemi, ho imparato che non è facile. Il mio posto felice mi ha insegnato tanto. Ho riscoperto i valori della vita. Un piatto di polenta al centro del tavolo o a terra su uno stuoino, diviso tra tutti, mangiato con le mani, è un delle cose più significative. Se condividi il cibo condividi anche il tuo cuore. Ho capito quanto sia importante alle volte dire un “no” ma solo spiegandone le motivazioni. Questo popolo ha i suoi tempi, tempi lenti, per noi quasi incomprensibili ma a cui bisogna adattarsi. La loro ostinata chiusura verso alcune situazioni è solo un sintomo di ignoranza intesa come scarsa conoscenza delle peculiarità del mondo. Emblematica è la condizione della donna: nonostante la loro straordinaria forza che potrebbe sostenere il cielo, inspiegabilmente non godono del rispetto che meritano. Sono le donne infatti, all’interno di case con muri di sabbia scrostati, ad accendere il focolare che unisce la e fa gioire la famiglia per l’arrivo del cibo. I “grazie” negli occhi della gente mi hanno fatto comprendere quanto fosse importante la nostra presenza. Non c’è mattina in cui non mi sia svegliata felice e non è passata notte in cui non mi sia addormentata appagata.

Ho attraversato in autobus metà del paese in 3 giorni. Erano rari i momenti di riposo, ma la mia felicità era immensa perchè sentivo di svolgere un compito importante. E poi ero in ottima compagnia. C’era Baraka, un bambino da accompagnare in ospedale a Chaaria, un piccolo villaggio 400 km a nord di Nairobi. L’operazione chirurgica doveva risolvere le sue ustioni sul viso e sul braccio provocate da un incidente con il fuoco avvenuto in tenera età. Una volta in ospedale ho incontrato altri piccoli amici sorridenti e gioiosi, tutti con situazioni più o meno serie da prendere in considerazione. C’era davvero tanta gente bisognosa di cure e di speranza. Il reparto degli uomini era quasi inavvicinabile per il fetore; quello delle donne era più accessibile, quasi tutte con il pancione. Le molte anziane malate, erano sempre pronte a farsi fotografare con un bel sorriso stampato in faccia. Sono tornata a casa ma tre mesi dopo il previsto. Controvoglia.
Ma in fondo avevo portato a termine ciò che avevo iniziato. Questo è l’importante. Lascio tuttavia il mio ricordo alla gente, ai bambini, ai miei amici, ai miei
fratelli. 130 giorni di Africa. 130 giorni di felicità. Sei stata imprevedibile. Tornerò.

 

 

Maria Sole Denaro

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