Sono quattro i filoni d’inchiesta messi in campo dal procuratore Francesco Paolo Giordano: inquinamento atmosferico; discariche di rifiuti pericolosi disseminati nel territorio di Augusta, Melilli e Priolo; correlazioni tra patologie tumorali e industrie. Nominati anche alcuni esperti per comprendere dati e documenti raccolti dalla Procura, come cartelle cliniche, certificati di morte, dati del registro tumori. Ma l’inchiesta più “insidiosa” si è sviluppata nell’ambito della depurazione
delle acque reflue civili e industriali, con diversi fascicoli “corposi e delicati”. Indagini in cui lavorano diversi gruppi d’investigatori, consulenti e tecnici esterni.
Nel fascicolo la mancata realizzazione del depuratore di Augusta per disastro ambientale, già notificato ai responsabili. Nel 2012 il Cipe ha stanziato 33 milioni di euro per le opere mai avviate, gli scarichi urbani di Augusta vengono sversati in mare. Insiste poi il tema della mancata manutenzione di depuratori nei comuni di Siracusa, Lentini, Pachino, Sortino e Ferla. Sulle tematiche dei depuratori, per il procuratore Giordano, “si registrano situazioni d’inerzia amministrativa o di micro-illegalità, ma in altri casi la situazione è ben più grave”. Il caso più ingarbugliato dal punto di vista giuridico-ambientale è quello del depuratore consortile di Priolo gestito dall’Ias.

Un’aria irrespirabile, puzza e miasmi che fuoriescono dagli impianti di depurazione che costringe molte volte, in base ai venti che spirano, i residenti dei comuni viciniori a respirare quei cattivi odori. L’aggravante è per gli addetti ai lavori, obbligati a respirare quell’aria malsana durante le ore di servizio, in un ambiente poco salubre. Sindacati e lavoratori hanno protestato, ma la risposta è il silenzio dei colpevoli, che non può essere giustificato dal mantenimento del posto di lavoro ai figli di sfortunati dipendenti morti per cancro. Un fascicolo sulle tematiche dell’Ias è stato aperto dalla Procura della Repubblica di Siracusa, con delega al Nictas, già nel mese di marzo scorso, con la richiesta della documentazione relativa all’impianto del depuratore. Sotto accusa collettiva la mancata entrata in funzione dell’impianto di deodorizzazione e la mancata copertura delle vasche di accumulo che creano quella puzza nauseabonda irresistibile e l’aria irrespirabile che soffoca uomini, flora e fauna. Una situazione parallela a quella degli impianti della Esso e dell’Isab, ma quadruplicata in termini di quantità di prodotti velenosi ricevuti e trattati. L’Ias è definito il “pozzo nero” dei veleni delle industrie. Ancor più forte e decisa la denuncia dell’’ex presidente dell’Ias, Sara Battiato, la quale poco prima delle sue dimissioni in forte contrasto dichiarava che “l’impianto di deodorizzazione non è mai entrato in funzione perché inadeguato”. Allora, soldi pubblici sprecati? La risposta è, sì. Per i sindacati dei lavoratori, la preoccupazione maggiore è per lo stato in cui versano gli impianti arrivati ormai al capolinea. Ma c’è anche la grave questione della mancata copertura delle vasche di accumulo del depuratore Ias, con l’aria irrespirabile che soffoca cittadini e dipendenti; reati paralleli contestati già a Esso e Isab. Insomma, a detta di tecnici e periti, all’Ias la produzione dell’inquinamento è ancor peggiore degli impianti sequestrati dalla magistratura pochi giorni fa. Per logica deduzione: se gli impianti delle raffinerie inquinano al solo funzionare, figuriamoci il recettore finale. Insiste una lotta tra i soci privati, le industrie del petrolchimico, e la parte pubblica, l’Irsap o Regione siciliana. E se da una parte, l’Ias paga un canone di 500 mila euro l’anno con l’impegno della conduzione, della manutenzione ordinaria e straordinaria, le spese di ammodernamento e di adeguamento sono a carico della parte pubblica, ma si annota l’abbandono degli impianti, ridotti ai minimi termini con responsabilità diffuse e sospetti. Si parlava già nel passato negli ambienti industriali del tentativo di ridurre l’impianto al quasi collasso, senza investimenti, per tentare di acquistarlo a prezzi stracciati, se non regalato; ma ora la vicenda si contorna di gravi problemi sia economici sia giudiziari.

Nel caso la magistratura dovesse intimare con un provvedimento la messa in sicurezza e l’adeguamento alle norme di legge, sulla semplice fotocopia di Esso e Isab, occorreranno una montagna di milioni di euro. La domanda è: ma chi dovrà pagare? E per comprendere in che stato si trova l’Ias, basta sapere che la sbarra automatica dell’ingresso è… legata con una corda.

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