Ci sono date collegate a particolari fatti di cronaca, che per la sorpresa o per l’incredulità della notizia in sé, ognuno di noi ricorda perfettamente. Ricorda esattamente dov’era e cosa stava facendo, finanche chi aveva accanto a sé. Provate ad esempio a fare mente locale al momento di quando avete appreso del rapimento di Aldo Moro, della strage di Capaci, dell’attentato a Papa Wojtila o, per quelli coi capelli bianchi, della strage di Piazza Fontana a Milano. Fatti talmente intrisi di una carica emotiva, dettata da una inaspettata e impensabile situazione delittuosa, da provocare in noi quello shock emotivo cristallizzante della realtà circostante. Un altro esempio di questa tipologia di avvenimenti, purtroppo indimenticabili, e che vasta eco ebbe in Italia e nel mondo ma che riguardò da vicinissimo anche la nostra riviera ionica messinese fu la strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Tra le vittime infatti, risultò esserci un giovane di Sant’Alessio Siculo, Onofrio Zappalà.

Erano le 10.25 di quel sabato mattina quando nella sala d’aspetto della II classe esplose un ordigno al tritolo contenuto in una valigia abbandonata. Fu una strage,
forse il più grave atto terroristico in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale; un episodio criminoso, che s’incastonava nella cosiddetta strategia della tensione, peculiare di quegli anni, ordito dai servizi segreti deviati che si avvalsero di frange dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della criminalità organizzata oltre che della manovalanza di Giusva Fioravanti che, abbandonate le commedie sexy all’italiana ove aveva recitato finanche in coppia con Edwige Fenech, era passato alla lotta armata affiliandosi all’estrema destra extra-parlamentare, ai NAR per la precisione. Nell’attentato rimasero uccise 85 persone e oltre 200 rimasero ferite. Tra le vittime anche Onofrio Zappalà, 27 anni, di Sant’Alessio Siculo. Da due mesi era stato assunto nelle Ferrovie dello Stato e faceva servizio alla stazione di Porretta Terme. A Bologna si sarebbe dovuto incontrare con Ingeborg, la sua fidanzata, una maestra danese di 22 anni che viveva a Copenaghen, dove lavorava in un asilo nido oltre che frequentare la Facoltà di pedagogia. I due giovani si sarebbero poi dovuti recare per qualche giorno a casa dei genitori di Onofrio, a Sant’Alessio Siculo appunto, ma purtroppo ad attendere Ingeborg alla Stazione di Bologna ci fu invece un agente della Polfer a cui toccò l’amaro compito di darle la tragica notizia. I due fidanzati si erano conosciuti qualche anno prima sulla spiaggia di Sant’Alessio, dove Ingeborg era in vacanza. Un legame nato quasi per scherzo, ma che via via era diventato sempre più solido, al punto che Onofrio l’aveva raggiunta a Copenaghen, dove Ingeborg gli stava da tempo cercando un impiego.

Sembrava che stessero maturando per lui i tempi per ottenere un lavoro in fabbrica quando, poco tempo dopo il suo arrivo in Danimarca, Onofrio seppe, attraverso i genitori, di essere stato convocato a Reggio Calabria dalle Ferrovie dello Stato per una visita di pre-assunzione. Quasi si era scordato della domanda che circa tre anni prima aveva presentato alle Ferrovie dello Stato per ottenere lavoro. La novità veniva a sconvolgere un po’ tutto, e i due fidanzati ne parlarono a lungo. Alla fine, d’accordo con Ingeborg, Onofrio decise di accettare, e si trasferì a Porretta, la sua sede di destinazione. Da sette anni era alla ricerca di un “posto sicuro”, da quando cioè aveva terminato gli studi al Liceo Classico “Enrico Trimarchi” di Santa Teresa di Riva. Si era iscritto alla facoltà di lettere dell’Università di Messina ma al secondo anno aveva abbandonato definitivamente gli studi. In famiglia c’era bisogno di guadagnare, e Onofrio si era adattato a qualsiasi lavoro: impiegato, fattorino e anche manovale. Ma la sorte maligna era in agguato su Onofrio: non solo, con il senno del poi, sarebbe stato meglio rimanere con la fidanzata in Danimarca e rinunciare al posto nelle ferrovie ma a Bologna, nella stessa mattinata della strage, Onofrio si sarebbe potuto salvare se solo avesse
accettato l’invito ad andare a bere qualcosa al bar rivoltogli da due suoi compagni di lavoro, circostanza che lo avrebbe così portato lontano dal primo binario ove furono maggiori le conseguenze dell’esplosione (i suoi due compagni si salvarono).

Onofrio, in quell’estate del 1980, lasciava il padre Ilario, la madre Domenica e due sorelle più grandi, oltre alla fidanzata.

 

 

Orazio Leotta

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