Trentasette, Bologna che parla

Il numero trentasette, per i Bolognesi, ha un significato particolare ed evocativo. Come un orologio che segna le dieci e venticinque del mattino, in qualsiasi giorno dell’anno, fa correre il pensiero dei bolognesi all’ora dell’esplosione, anche il numero trentasette è indissolubilmente legato a quella mattina. Trentasette è il numero dell’autobus che nel 1980 faceva capolinea nella piazza della stazione, e che fu utilizzato per trasportare all’obitorio i corpi delle vittime via via che emergevano dalle macerie in cui si scavava a mani nude.

Ci sono filmati che ritraggono l’autobus trentasette muoversi lento, in quello scenario devastante, con i finestrini pietosamente coperti da lenzuola bianche per nascondere alla vista dall’esterno il particolare carico di passeggeri di quella mattina. Una sorta di Caronte metropolitano, spettrale, che partiva carico dal piazzale della stazione e vi ritornava vuoto per essere nuovamente caricato di vittime innocenti. Quindici ore consecutive, avanti e indietro, con un unico autista. Un carro funebre collettivo, forse divenuto simbolo perchè le vittime delle stragi in fondo sono persone qualsiasi che si trovano casualmente nello stesso posto e nello stesso momento, ognuno per un motivo diverso, ognuno con una storia diversa e con l’intento di andare ognuno in un posto diverso. Proprio come quelli che incontri sull’autobus. Trentasette anni dopo la strage, il trentasette è ancora lì. Non è un altro autobus con lo stesso numero, è proprio quella vettura, ormai dismessa dal servizio, che ogni anno viene tirata fuori dal capannone in cui riposa e torna in piazza per accompagnare la manifestazione. Emoziona tutti, il trentasette, anche dopo trentasette anni. Di tutte le stragi della storia d’Italia, quella del 2 Agosto 1980 è quella di cui più si parla e che più ha impressionato. Eppure non è stata la prima, e non è stata nemmeno l’ultima. Forse è perchè è stata quella che ha mietuto più vittime, forse perchè una stazione importante è il posto dove passano tutti e tutti possono essere colpiti. Ma più probabilmente è perchè i bolognesi ne hanno tenuta viva la memoria, e ogni anno sono lì. Ritardano la partenza per le vacanze, perchè se si ama Bologna il 2 Agosto bisogna starle vicini, non la si può mica lasciare sola.

 

Ci sono tutti i possibili viaggiatori d’Agosto in una stazione, tutti i potenziali passeggeri di quell’autobus trentasette. Anche quelli che ancora non c’erano. Cè un ragazzo africano, giovane, scurissimo, che ascolta attentamente le orazioni dal palco con gli occhi lucidi. C’è una donna araba, la testa fasciata da uno chador, che durante il minuto di silenzio scandito dal fischio di un treno filma con il suo smartphone la piazza muta.

C’è Roberta, bolognese purosangue e delegata sindacale. Nel 1980 era una bambina e non ricorda niente. Però il due agosto c’è quasi sempre. Secondo lei questo giorno per Bologna è una ricorrenza più importante del Natale. E’ un rituale, dice, sai già cosa accadrà e come andranno le cose, si ripete uguale ogni anno eppure ogni anno ancora ti emoziona. A Natale ti riunisci con la famiglia, il due agosto con la tua città. Questa volta ha portato anche i figli Ulisse e Libero di nove e dieci anni, che fanno tante domande a cui Roberta risponde sorridendo. Un anziano si avvicina e le fa i complimenti, dice che la memoria non deve essere persa, e che è importante raccontare ai bambini quello che sappiamo e quello chenon sappiamo, magari saranno loro a scoprire qualcosa in più in futuro, e raccontarlo a noi. Nicola invece non c’è, ha iniziato a lavorare moltopresto stamattina. Fa il tassista come faceva suo padre. Tra le vittime della strage ci sono tanti tassisti, tutti quelli che erano fermi nel parcheggio della piazza e sono stati investiti dalle macerie della stazione che crollava. Le lamiere di una di quelle macchine sono conservate nel cortile della sede del sindacato Taxi di Bologna. Il padre di Nicola, comunque, non c’era: era partito da quella piazza proprio un quarto d’ora prima, con un cliente che chissà, magari non aveva voglia di aspettare il trentasette.

Dal palco Paolo Bolognesi, il presidente dell’associazione famigliari delle vittime, parla per quasi mezz’ora con trasporto, determinazione e competenza. Alza il tono della voce quando ricorda che da due anni il governo si era impegnato a digitalizzare tutti gli atti di tutti i processi riguardanti le stragi da Piazza Fontana in avanti. In due anni, denuncia, non un solo foglio è stato digitalizzato. La sua lucida e giustificata rabbia conquista e commuove, al termine l’applauso per lui dura quasi tre minuti. Il sindaco di Bologna viene fischiato abbondantemente sulla fiducia prima ancora di iniziare a parlare. La piazza è viva e pensante: i passaggi più retorici del discorso vengono accolti con gelido silenzio, ma quando passa ad accusare il governo con convinzione, chiosando con la frase “Non è Onorevole prendere un impegno e poi non mantenerlo: è peggio che non prenderlo”, gli applausi arrivano sinceri.

Non importa che siano passati trentasette anni. Non importa che per quella strage ci siano due condannati in via definitiva che hanno scontato la loro pena. E non importa neanche se ormai sono tutti convinti che non sapranno mai la verità. A ogni anniversario bolognesi vecchi e nuovi, di nascita o d’adozione, sono qui a chiedere Giustizia. L’unica parola degna di rappresentare il capolinea per l’infinito viaggio del Trentasette.

 

 

 

Lorenzo Rapetti

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