Fra le notizie che con monotonia sentiamo ripeterci, due sono quelle che maggiormente ci assillano: la crescita e i migranti, quasi che esse siano
la causa della crisi che si è andata accumulando in questi anni e non piuttosto la conseguenza della disgregazione sociale cui stiamo assistendo. La crescita senza uguaglianza è una trappola che ha reso le nostre società più ingiuste, dove i ricchi sono sempre più ricci a scapito dei poveri sempre più poveri.

Ogni consultazione popolare fa arrivare un unico messaggio: una profonda crisi di fiducia nel futuro, una sfiducia accompagnata da uno sgretolamento della classe media, la parte che in tutte le società occidentali si è fatta sempre interprete di una speranza di miglioramento delle condizioni di vita proprie e del proprio paese. Pensiamo sia utile raccogliere qui e comporre in un unico quadro gli interrogativi e le riflessioni che si vanno facendo, cercando di mettere insieme alcune proposte ragionate. La perversione deriva dal perverso intreccio di globalizzazione finanza e tecnologia, che la politica non è stata in grado di gestire al meglio. La globalizzazione ha spostato le produzioni verso paesi con costi salariali sempre più bassi a scapito del lavoro. Il nostro pianeta non potrà restare a lungo diviso tra chi ha sistemi di protezione sociale e chi ne è escluso; nei paesi di nuova industrializzazione si stanno creando milioni di nuovi consumatori, che non si accontenteranno di una maggiore disponibilità di reddito monetario, ma vorranno sistemi di protezione sociale che rendano meno aleatorio lo status economico raggiunto. Il problema della globalizzazione è nel modo con cui il processo è stato messo in atto; un processo che ha protetto il capitale, considerato completamente mobile, più del lavoro maggiormente ancorato al territorio. La finanziarizzazione delle imprese industriali ha avuto conseguenze pesanti nel frenare gli investimenti, la ricerca e l’innovazione, trasferendo importanti quote di Pil dal lavoro alla rendita. Il rimbalzo dalla finanza irresponsabile all’economia reale ha scaricato sui bilanci pubblici, e quindi sulla tenuta dello Stato sociale, la sua residua energia distruttiva. Negli Stati Uniti e in Cina politiche di tipo keynesiano, mettendo sul tavolo miliardi di dollari a sostegno dell’economia reale, hanno mitigato gli effetti della crisi; in Europa invece si è ritenuto prioritario l’equilibrio dei bilanci congelando ogni crescita. Le nuove tecnologie infine hanno ridimensionato o superato molti mestieri e professioni; l’internet banking e le applicazioni mobili hanno ridotto enormemente la necessità di operare allo sportello e migliaia di impiegati sono sostituiti da tecnologie ormai alla portata di tutti; i cambiamenti tecnologici hanno schiacciato verso il basso i lavoratori con modesti livelli retributivi (occorrerebbero 6-8 anni per uguagliare il guadagno di una settimana di un manager) e ridotto il loro potere contrattuale. Si può pensare che questo è il prezzo da pagare alla nuova rivoluzione industriale e che come nelle precedenti rivoluzioni col tempo tutto si aggiusterà, si creeranno nuovi posti di lavoro e ci sarà ancora un salto in avanti nel welfare. Purtroppo constatiamo che il processo sta avvenendo velocemente e in modo così pervasivo e generale da entrare in tutti gli aspetti della società, rendendolo quasi inevitabile e lasciando il posto alla rassegnazione. Siamo di fronte a una transizione senza precedenti in cui non esistono fattori di aggiustamento automatici: perciò si richiederebbero interventi senza precedenti, interventi che appaiono sempre più complessi da mettere in atto.

Tutto ciò ha causato non solo la riduzione dell’occupazione e la deflazione dei salari, ma anche una deflazione dei diritti acquisiti in Europa in più di un secolo di lotte. Nei paesi avanzati va prevalendo il “pensiero unico” che il welfare sia un lusso che non possiamo più permetterci; ne consegue che non solo non c’è spazio per nuovi interventi di contrasto alla diseguaglianza, ma sono seriamente messi in discussione gli attuali strumenti di sostegno e di redistribuzione. L’altra questione che ci assilla è quella dei migranti, anch’essa conseguenza di diseguaglianze e ingiustizie: stiamo assistendo a una invasione? Praticamente non è possibile stabilire il numero esatto degli immigrati in Italia e in Europa, sia perché i flussi sono troppi e incontrollabili sia per le diverse modalità con cui vengono raccolti i dati dai vari istituti statistici; il dato sulla popolazione straniera residente ci può dare tuttavia un’immagine credibile e relativamente stabile; chiaramente c’è poi tutto un mondo sommerso che non rientra in queste statistiche. Ciò detto, vediamo alcuni dati: al 1 gennaio 2016 gli immigrati presenti in Italia erano circa 6 milioni pari al 10% della popolazione, di cui 5 milioni di immigrati residenti, 400 mila regolari non residenti, circa 200 mila richiedenti asilo e 435 mila irregolari; mentre nei principali paesi europei è di 23.322.878 pari a 10,6% della popolazione mediamente distribuiti (in Germania 8.652.000 pari al 10,5%). Nei primi sei mesi del 2017 sono sbarcate in Italia 83.731 persone, 18% in più rispetto allo stesso periodo del 2016; e su tutte le coste europee ne sono arrivati 97.000 mila. L’Italia e l’Europa sono ben lontane da uno scenario di invasione. Certo i mutamenti nella composizione sociale ed etnica ci sono, e sono davvero veloci; in venti anni la presenza di persone straniere sul suolo europeo è aumentata di cinque o dieci volte. Si tratta di un dato che inevitabilmente ha delle conseguenze,
ma che sarà bene cominciare a valutare nella sua portata reale, a cominciare dallo ius soli. ll tema migrazioni è in cima all’agenda politica e all’attenzione dell’opinione pubblica europea da ormai tre anni: molte sono le questioni poste, proposte, affrontate, risolte, fallite. Il fatto più evidente è che l’Europa non ha trovato la quadra a causa di posizioni inconciliabili tra i suoi stati membri: tra chi fa la prima accoglienza (Italia e Grecia), chi accoglie già numeri importanti di migranti e rifugiati (Austria, Svezia), chi aveva spalancato le porte ma poi ci ha ripensato (Germania), chi non ne vuole sentir parlare (Ungheria) e chi nell’Europa non ci sta più (Regno Unito). Siamo consapevoli che per ricostruire un minimo di giustizia distributiva nel mondo occorrerebbero interventi a livello planetario, ma proviamo qui a indicare alcune linee di intervento per il nostro Paese, utili a rallentare le conseguenze negative del processo in corso e cercare poi di invertirlo progressivamente in futuro. Vi sono particolarità “italiche” che tutti conosciamo e alle quali da decenni tutti diciamo di dover porre rimedio.

  • La criminalità, che da tempi immemorabili colpisce il Mezzogiorno e che ormai ha esteso i suoi tentacoli sulle attività del Centro Nord, è una piaga che non riusciamo a sanare.
  • L’evasione fiscale, calcolata oltre i 100 miliardi di euro. e la migrazione dei milionari verso “paradisi fiscali” (80.000 nel 2016) sono aspetti patologici.
  • Le grandi imprese scompaiono o passano in mano straniere (la FIAT in mani americane, prestigiosi nomi della moda ai francesi, meccanica chimica e cemento ai tedeschi, l’elenco include le banche e altri settori compreso le squadre di calcio) anche per l’abitudine di mettere al sicuro il proprio capitale sottraendolo all’azienda. Il finanziamento delle imprese per l’85% di origine bancaria ha prodotto la crisi delle banche. Avere imprese povere e padroni ricchi non giova né al padrone né all’impresa, che si indebolirà nel tempo e sarà incapace di affrontare la normale concorrenza e gli inevitabili periodi di crisi.

Potremmo continuare a elencare tanti altri settori di intervento (turismo, agroalimentare, energie rinnovabili, territorio e ambiente) dove impiegare più utilmente le risorse disponibili, interventi necessari per riportare sulla retta via il nostro cammino di crescita. Ci limitiamo qui a indicare il motore principale di questo cammino: ricerca e sviluppo, formazione e istruzione. Una sapiente valorizzazione delle risorse umane è il primo passo per invertire il cammino delle iniquità.Se la Germania ha potuto superare tutti i paesi europei nell’aumento della produttività è perché ha messo a disposizione delle imprese una rete di strutture di ricerca, la fraunhofer, dedicate a risolvere i loro problemi di innovazione. Il tema della formazione richiama due ambiti di intervento fra loro legati, l’aggiornamento e potenziamento dei livelli di formazione della scuola e dell’università e il rafforzamento di strumenti che rendano concreto il diritto alo studio, consentendo ai meritevoli di non essere esclusi dalla fascia più alta della formazione. L’ostacolo maggiore al raggiungimento di uno sviluppo più equilibrato è la difficoltà della politica a reimpossessarsi di un ruolo centrale nel governo dei processi economico-sociali. In tutti i paesi la politica ha avuto una pesante responsabilità nel favorire la crescita delle ingiustizie, non
governando adeguatamente l’impatto dei grandi generatori di diseguaglianze. I cittadini hanno percepito questa debolezza e si sono progressivamente allontanati dalla partecipazione pubblica, lasciando così spazio a populismiinconcludenti e a tendenze autoritarie che mettono a rischio la stabilità democratica.

Continuando così ci troveremo tutti in una trappola senza sbocco. L’Italia può salvarsi migliorando la preparazione culturale e il livello etico dei suoi cittadini, un’impresa che ha bisogno di tempo e di costanza.

 

Marcello Amico
[*] le fonti:
Romano Prodi, Il piano inclinato, il Mulino 2017
Wikipedia

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