Ad oggi non c’è ancora una legge. Ma è già una levata di scudi. E non solo da parte degli operatori del settore. Di chi ha le mani in pasta. Il “piatto” caldo è quello dell’home restaurant o home food, letteralmente ristorante a casa. Che, fenomeno nato negli Stati Uniti, a New York nel 2006 su modello cubano, e diffusosi in Inghilterra nel 2009, è arrivato grazie alla sharing economy, economia di condivisione ed i social network anche in Italia. Dove fino ad ieri in assenza di una normativa è valsa solo una risoluzione del Mise, Ministero dello Sviluppo Economico, per cui si tratta di pranzi o cene solo in giorni dedicati e per poche persone paganti.

Oggi c’è un disegno di legge. Il 2647 “Disciplina dell’attività di home restaurant”. Che, presentato circa 2 anni fa il 28 luglio 2015, ha avuto il 17 gennaio scorso l’ok della Camera. Ed ora è fermo in corso d’esame in Commissione al Senato. E punta a disciplinare l’attività di home restaurant da parte di persone fisiche che intendono offrire servizio di ristorazione in abitazioni private al fine di garantire la leale concorrenza con gli operatori del settore e valorizzare e favorire la cultura del cibo tradizionale e di qualità. E pone alcune restrizioni per un’attività definita occasionale. Ossia che si ricorra a piattaforme digitali, attraverso le quali debbano avvenire in modo esclusivo le contrattazioni tra il cuoco ed il cliente. Che il pagamento sia esclusivamente elettronico. Che non si superino i 500 coperti nè un profitto di 5.000 euro l’anno. Che non si possa svolgere là dove c’è attività turistico-ricettiva in forma non imprenditoriale. Tra l’altro.

Da un lato questi paletti. Dall’altro la Commissione Europea, tuttavia, ha lanciato un invito agli Stati membri proprio per favorire la sharing economy, in grado di creare nuove opportunità per i consumatori che possono beneficiare di una più ampia offerta di servizi e prezzi più bassi, e per i nuovi operatori, favoriti da forme di lavoro flessibile e nuove fonti di reddito. E perciò ha ricordato che possono prevedersi restrizioni ma solo se non discriminatorie, se giustificate da motivo imperativo d’interesse generale, proporzionate e necessarie, e se non privilegiano un modello d’impresa a scapito di altri. In questo quadro è intervenuta l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in Italia. Che ritiene le limitazioni del disegno di legge sull’home restaurant ingiustificate. L’uso esclusivo della piattaforma digitale esclude ogni rapporto diretto tra cuoco e cliente, riducendo l’offerta del servizio per quanti non sono in confort nell’impiego del computer e sistemi elettronici, e creando una discriminazione a favore dei ristoratori tradizionali che possono ingaggiare direttamente una contrattazione con la clientela, oltre a promuovere la propria attività e ricevere prenotazioni via internet. Analogamente per il pagamento solo per via elettronica ed in anticipo. Che tra l’altro impedisce o rende più costoso per l’avventore la possibilità di disdire sul posto un servizio inadeguato e per l’operatore di farsi carico del rischio del no show.

L’Autorità reputa non necessaria nè proporzionale la occasionalità, togliendo libertà di definire autonomamente l’organizzazione della propria attività economica. Ed ingiustificati il numero massimo di coperti ed il reddito annui, oltre che in contrasto con i principi di liberalizzazione. Ed, infine, immotivata ed ingiustificata l’esclusione dei B&B e case vacanze in modo non imprenditoriale dalla possibilità di ampliare la propria offerta anche con l’home restaurant. Nè ritiene necessarie e proporzionate le restrizioni per tutelare la salute dei fruitori, già garantita dagli obblighi in materia di igiene degli alimenti. In sintesi per l’Autorità il disegno di legge limita in modo indebito una nuova modalità di offerta alternativa di ristorazione, e discrimina gli operatori dell’home sharing con obblighi non previsti per gli operatori tradizionali ed a favore di questi ultimi.

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