Cara, vecchia “spintarella”. Parliamo del malcostume più diffuso: la raccomandazione. Un po’ di dati per mantenere l’argomento sui binari della disciplina scientifica; un po’ di storia, diritto e letteratura per inquadrare la fenomenologia, e, infine, un po’ di auto ironia per schernire il lato impresentabile di molti di noi.

Da una ricerca dell’Isfol del 2016 viene fuori che il 40 per cento degli occupati ha trovato un posto grazie a parenti, conoscenti o potenti. I concorsi pubblici producono occupazione per la misera quota del 15 per cento, mentre i nuovi canali, i centri per l’impiego governati da soggetti privati, si fermano al 5 per cento. Il resto, beh, non tutto, ma insomma, la restante quota di lavori trovati in buona parte si deve a lei: la vecchia, cara e graditissima “raccomandazione”. I dati fotografano una media della nostra identità nazionale. Nello specifico la “spintarella” al Nord è stimata intorno al 20%; al centro la si quantifica, con ragionevole certezza, intorno al 30%. Ma è al sud che essa raggiunge vette da capogiro. Un tasso di disoccupazione al 22,2% fa della Sicilia la Regione maglia nera del mercato del lavoro in Italia. Con la cassa integrazione in aumento e un tasso di disoccupazione giovanile oltre il 65% a cui si aggiunge il più basso tasso d’occupazione, pari al 39,9%, inferiore di due punti anche rispetto alla media del mezzogiorno. Nel mercato del lavoro in Sicilia il 70% dei posti di lavoro viene veicolato per raccomandazione, intesa come ricerca tramite conoscenti, amici e parenti. Solo il 4 per cento degli italiani ammette di avere ricevuto un aiuto dall’alto. I siciliani, invece, sono un po’ più disinvolti: l’8 per cento di essi riconosce di averne beneficiato.

Quella della “spintarella” è una malattia. Pochi hanno il coraggio di ammettere di averne mai contratto il virus. Parlare di quella del vicino è più facile . A sentire le “confessioni” degli italiani quasi nessuno ha mai approfittato delle raccomandazioni. I numeri però diventano molto diversi quando si tratta di confidare, con più leggerezza, di avere conosciuto qualcuno che ha trovato impiego solo grazie a qualche “garanzia” di chi di dovere. A dirlo è
l’82 per cento. In fondo, svelarlo, non costa nulla. Un altro 66 per cento racconta, con sussiegosa severità, di avere a che fare quotidianamente con dei
colleghi raccomandati. Ma cosa dicono invece quelli che hanno il potere di scegliere il candidato giusto per un posto di lavoro? Cosa dicono i direttori del personale? Fanno mai ricorso alle raccomandazioniquando si tratta di assumere una persona?

Mi raccomando – Daniele Martini

Secondo i più recenti dati di Unioncamere solo il 9,1 per cento ammette di ricevere con frequenza segnalazioni sotto forma di raccomandazione,
mentre un altro 28,9 per cento confessa di riceverne solo raramente. Sei su dieci sono al contrario ferme nel dire di non averne mai vista una. Di fatto però, quando si tratta di assumere nuovo personale, più di una su due (il 51,8 per cento) svela di fare ricorso alla conoscenza diretta o alle segnalazioni di conoscenti e fornitori. In definitiva, per trovare un lavoro non serve spedire il proprio curriculum. Basta quello di chi ti raccomanda. L’argomento è entrato in giurisprudenza, vedi la sentenza della Cassazione secondo cui: “La ricerca della raccomandazione è ormai tanto profondamente radicata nel costume da apparire agli occhi dei più come uno strumento indispensabile per ottenere non soltanto ciò a cui si ha diritto, ma anche per restituire accettabile funzionalità a strutture pubbliche inefficienti“. E qui si potrebbe chiudere il discorso, arrivederci e grazie. Sull’argomento
si consiglia la lettura di: « Mi raccomando» sottotitolo: L’arte della spintarella da Garibaldi a Berlusconi (Baldini& Castoldi, 2002), dove l’autore, Daniele Martini, ci presenta decine di segnalazioni di tutti i tipi: divertenti, curiose, ironiche, involontariamente comiche, imperiose, melliflue, ultimative. E in nome di tutto: del partito, della fede, della Causa, della razza, della gioventù e della vecchiaia, della morale e dell’ideologia. Di contemporanei famosi (Amato, Cossiga, Veltroni, Scalfaro…) e di altri famosi di un tempo (il vicesegretario del Partito fascista, il ministro di età giolittiana…), di manager pubblici e privati, monsignori e mangiapreti, sindaci e accademici.

Senza pretese moralistiche, accademiche o sociologiche, le raccomandazioni sono presentate per quel che sono, testimonianze di un costume e di una cultura, e raccontate secondo il tipo, lo stile, il periodo, l’argomento o la categoria. Nel libro la sintesi del ciclo di vita del cittadino comune: ci si raccomanda per un buon posto in clinica e per una migliore assistenza al parto; si raccomandano i figli a scuola e poi si cerca l’aiutino per farli uscire dalla disoccupazione; quindi si cerca qualcuno di conosciuto per raddrizzare le storture burocratiche e per fluidificare le pratiche dell’eredità; e nelle metropoli occorre raccomandarsi pure per un posto al camposanto.

 

 

Vincenzo Lombardo

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