De Molli: «L’Italia è in salute Non fidatevi delle classifiche»

Quando si dice: “gettarsi la zappa sui piedi”, è quello che accade puntualmente a noi italiani. Siamo infatti il paese più pessimista d’Europa. Secondo il Country Report Track del Reputation Institute che misura la reputazione di tredici grandi nazioni, gli italiani sono quelli che danno del proprio suolo natìo il giudizio più negativo, in particolare lo scarto tra reputazione interna ed esterna è quasi di 25 punti percentuali. In questo gap, che in negatività risulta il secondo al mondo dopo il Sud Africa, si può intravedere il tratto antropologico della nostra gente portata a criticare e non sempre in maniera costruttiva. Altre nazioni, per esempio la Russia o la Francia si collocano in alto alle graduatorie, gonfiate dal nazionalismo e dallo spirito patriottico dei cittadini che ne spingono l’immagine nel Pianeta.

Se il dato culturale, storicamente inveterato, può aiutarci a fare il quadro di un sentiment diffuso alle nostre attitudini, Valerio De Molli Managing Partner The European House Ambrosetti non ci sta. A conclusione del Forum di Cernobbio in cui si è discusso di competitività e crescita, lo studioso spiega perché la gran parte delle classifiche più blasonate non sono credibili.

Professor De Molli a Cernobbio avete presentato i risultati del Global Attractiveness Index 2017. Veniamo indiscutibilmente da anni molto duri, perché avrebbero torto i pessimisti?

Occorre portare il ragionamento su basi scientifiche, superando l’onda emotiva e la superficialità di tante classificazioni che vanno per la maggiore. Il problema riguarda il metodo e il rigore con cui si raccolgono e analizzano le informazioni. Scopo del Global Actrattiveness Index è quello di rendere disponibile ai decisionmaker italiani e internazionali un indice-Paese innovativo e attendibile in grado di offrire una fotografia rappresentativa dell’attrattività e sostenibilità competitiva dei diversi contesti politici e geografici. Fornire indicazioni affidabili a supporto delle scelte di sistema in tema di crescita e ottimizzazione dell’ambiente pro-business rimane per noi, la vera priorità.

Che cosa è emerso dal vostro lavoro di ricerca?

Abbiamo mappato 144 i paesi, messo a punto 65 indicatori e lavorato su un data entry che ha più di centomila voci. Dico questo solo per darle l’idea di quanto
difficile sia formulare risposte fondate quando si tenta di individuare una motivazione di attrattività reale e non presunta. Apertura e visione di insieme sono essenziali per portare avanti un lavoro simile. Per questo il gruppo di lavoro che opera alla composizione del GAI vede in prima linea multinazionali del calibro di ABB, Toyota, Unilever che oltre a fatturare miliardi di euro, stanno facendo importanti investimenti in Italia. Un’Italia che non è messa poi così male…

Intanto perdiamo terreno, come risulta da alcune classificazioni internazionali e dal confronto con alcune realtà internazionali.

Ed è questo il punto su cui occorre fare chiarezza. È incredibile che paesi come Malesia, Mauritius, Repubblica Ceca, Macedonia, Thailandia siano giudicati dagli altri davanti all’Italia sul piano della competitività e attrattività. Le ragioni di questa illusione ottica sono dovuti ad alcuni errori metodologici.

Possiamo in sintesi far capire di che natura sono gli “abbagli” che inficiano rilevamenti di istituti anche molto prestigiosi?

Intanto un uso troppo esteso di indagini qualitative che non possono essere rispondenti né rappresentative, della condizione reale di un sistema-Paese perché
legate alla soggettività delle opinioni. Spesso il modello di funzionamento di una nazione finisce col condizionare i confronti basati su dati molto disomogenei.
Per non parlare del fatto che le classificazioni non tengono conto della dimensione assoluta e quindi della massa critica che spesso fa la differenza quando si analizzano contesti di fatto incommensurabili per storia, economia, apparati industriali, tradizioni, posizionamento. Se a questo si aggiunge l’eccessiva negatività che vien attribuita al giudizio di regolamentazione e tassazione e la mancata considerazione delle competenze della popolazione, delle infrastrutture, della sicurezza e stabilità finanziaria, possiamo avere il quadro completo.

Se le evidenze che ha richiamato giustificano più che ragionevoli dubbi sulla scientificità di molte delle top ten più citate, non accendono però il nostro ottimismo. Diceva Lei che l’Italia non è poi messa così male, dobbiamo crederle?

Siamo, e lo dimentichiamo spesso, un’importante economia del G7, ma le aggiungo qualche numero per rafforzare le mie argomentazioni. Siamo il primo Paese UE per numero di PMI manifatturiere davanti alla Francia e alla Germania. Secondo il Trade Performance Index risultiamo i primi per competitività in 3 su 15 settori del commercio (abbigliamento, calzature, tessile) e secondi in altri cinque ambiti tra cui figurano manufatti e meccanica. Risultiamo poi essere il primo Paese UE per numero di referenze per ricercatore e leader nel mondo per numero di pubblicazioni scientifiche. Neanche sul piano del rapporto deficit pil stiamo poi tanto male se consideriamo che l’Italia si attesta sul -2,6%, la Francia -3,5%, – 4,3% il Regno Unito, e -5,1% la Spagna. Per non parlare dei siti UNESCO: come è noto siamo i primi al mondo.

Non le pare che rischiamo di cadere nell’effetto opposto? Stiamo disegnando un Paese “ideale” che pure subisce un degrado evidente e che tante intelligenze cambiare strada, in cerca di un “altrove” più rispondente alle aspettative di carriera, realizzazione e crescita. Anche questa è un’illusione pericolosa. Ci sono degli antidoti?

Il vero antidoto è non disegnare utopie. Quello che a Cernobbio con il tradizionale rigore scientifico ma anche con grande equilibrio cercheremo di fare, riguarda la focalizzazione dei temi veri, al di là del solito pensiero dominante su cui occorrerà insistere per innalzare i livelli di competitività e la governance dell’innovazione. Molto c’è da fare. Discuteremo le best practices di molti casi-Paese che sono davanti a noi perché hanno fatto delle scelte molto precise. Faccio qualche esempio: a Singapore esiste un ministro dell’attrattività, in Francia un’agenzia che opera su questo terreno, in Germania è stata definita una delega a un
vice ministro che ha competenza su questo ambito, mentre in Italia manca ancora una visione strategica e un budget dedicato a un aspetto che sarà decisivo
per il futuro. Vi sono Paesi, fuori dal perimetro dei “soliti noti”, che stanno facendo importanti passi avanti e che abbiamo preso in esame, quali: Polonia, Croazia, Kenya. Quest’ultima nazione, che pure è inserita in un contesto difficile, ha avviato iniziative imprenditoriali importanti, sta affrontando riforme strutturali e un processo di efficientamente burocratico che darà risultati visibili. Anche la Turchia sta monitorando un set di indici internazionali per orientare le proprie policy di attrattività. Sono segnali importanti che fanno capire come si stia facendo strada una nuova sensibilità culturale. Dobbiamo continuare ad insistere per rafforzare la propensione all’innovazione che può renderci attrattivi, se vogliamo imprimere quella scossa al nostro sistema, auspicata da più parti, una scossa che possa trasformare definitivamente la crisi in un brutto e lontano ricordo.

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