Il mito dello Stretto, con la sua cornice fiabesca che attraversa i millenni e la consistenza delle singole leggende che lo nutrono, si squadernano dinanzi ai nostri occhi grazie all’impegno di un interprete d’eccezione della storia (e della preistoria) di Messina. Parliamo di Sergio Palumbo, giornalista e critico letterario e, nello specifico, attento ed abile documentarista, curatore dei progetti “Orion, Museo Multimediale dello Stretto di Messina” e “Lo Stretto di Messina, un luogo del mito”.

Il primo progetto, promosso dalla Sovrintendenza del Mare dell’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, è in fase avanzata di completamento e si compone di otto sezioni (mitologia, scienze naturali, letteratura, religione, etnoantropologia, arte e architettura, storia e geografia sociale). Ciascuna sezione prevede quattro sale dove vengono inseriti brevi filmati, immagini e testi e si ascoltano musiche e brani d’autore letti da attori. Testimonianze letterarie di tutto rispetto come quelle di Vincenzo Consolo, Stefano D’Arrigo ed Eugenio Vitarelli vi trovano spazio insieme a riprese dell’antica caccia al pescespada con il “luntro” e di importanti scoperte archeologiche nei fondali dello Stretto di Messina. Il secondo progetto, voluto dal Centro Regionale per l’inventario e la documentazione grafica, fotografica, aerofotografica, audiovisiva e filmoteca regionale siciliana, visita l’immenso patrimonio di leggende che appartengono  alla tradizione isolana. Un “tesoretto” che Palumbo attinge dalla vastissima documentazione cartacea ed audiovisiva da lui collezionata nel corso
degli anni, dimostrando che le acque dello Stretto, oltre a costituire l’”humus” della mitopoietica classica, hanno anche attirato l’attenzione di Cervantes, Shakespeare, Moliere, Verne, Melville e tanti altri autori che si sono ispirati, nel loro narrare, al rapimento dei sensi evocato da questo luogo unico e irripetibile. Il fascino del breve braccio di mare che separa la Sicilia dalla Calabria e che, sempre secondo il mito, è stato creato da Nettuno il quale, con un sol colpo del suo terribile tridente, ha separato l’isola dal resto del continente, è naturalmente personificato dal mito di Colapesce, con cui Palumbo titola la sua ultima fatica
“Colapesce e altre leggende normanne di Sicilia” (Le Farfalle Editore, 2017).

La leggenda dell’uomo- pesce che da millenni sorregge una delle tre colonne della Sicilia esemplifica l’eterno rapporto dell’uomo con il mare, un mare peraltro insidioso com’è quello dello Stretto, popolato da correnti e gorghi marini personificati nei mostri ruggenti di Scilla e di Cariddi. Mostri che, accovacciati ai piedi di Nettuno, fanno bella mostra di sé nell’omonimo monumento di Gianbattista Montorsoli, allievo di Michelangelo, il cui originale è custodito oggi nel nuovo
Museo Regionale messinese. Ma non è quello di Colapesce, seppure scaturigine di tanti altri, l’unico mito dello Stretto, facendovi subito seguito il mito di Fatamorgana misura, in certo senso, dell’incanto che la visione di questo mare esercita su chi lo guarda creando il miraggio della città capovolta, specchiata nelle proprie acque. Una sorta di realtà sommersa, una Messina che non c’è più, rimasta forse per sempre sepolta sotto le macerie del cataclisma del 1908 che ne annientò il candore luccicante con cui accoglieva i navigatori al loro ingresso nella Falce del porto. “Là, dove è quasi distrutta la storia resta la poesia” scrive un commosso Giovanni Pascoli dettando il breve epitaffio della città che non c’è più. E dove, se non nelle cangianti acque dello Stretto, può riflettersi questo fantasma che continua ad aleggiare nella città moderna, caotica, dimentica di sé e del suo passato? Operazioni come quelle di Sergio Palumbo che, in nome di un’identità ritrovata, rievocano e conferiscono valore alle leggende dello Stretto immaginando anche – in un museo multimediale che idealmente completa quello fisico inaugurato da qualche mese sul Pianale dei Greci – lo svolgersi delle diverse fasi della storia urbana sono sicuramente meritorie.

Il “genius loci” è dunque l’anima di Messina, più volte atterrata da catastrofi naturali e belliche, trova oggi riposo nello Stretto che ne segna l’origine e ne indica il futuro. Un futuro che, quanto meno il sottoscritto, non individua affatto nel ponte di ferro e acciaio che dovrebbe collegare le due sponde divise dal mito, ma piuttosto nel contributo di idee che le giovani generazioni soprattutto forniranno per il recupero memoriale di Messina, delle sue origini, della sua cultura, del suo prestigio nel cuore del Mediterraneo.

Share: