Sfogliando il libro “Operazione Gattopardo” (Ed. Feltrinelli)” scritto a quattro mani dai giornalisti e critici cinematografici Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice si ha come la sensazione che dietro ogni singola pagina si nasconda un lavoro enorme di ricerca specialistica; basta, a riprova di ciò, dare una scorsa alle copiose
note bibliografiche.

Buone notizie dunque per i cultori di cinema: quando pensi che su un argomento sia stato detto e scritto di tutto, ecco un libro che, oltre a fornirci dei retroscena sulla messa a punto del film da parte di Luchino Visconti con le relative differenze col romanzo di Tomasi di Lampedusa, ci fornisce quegli scontri ideologici e culturali, specie all’interno della “sinistra” italiana, che trasformò un romanzo che in fondo era di “destra”, in un successo, non solo editoriale, di “sinistra”. “Il Gattopardo” fu, dicevamo, un successo editoriale, il testo aveva una grande forza, vinse fra l’altro il Premio Strega, si avviava pertanto a collocarsi negli ambiti culturali di destra (nostalgia dell’aristocrazia, necessità del trasformismo etc…); ecco che Visconti prima, aristocratico sì ma di sinistra, che già conosceva la Sicilia per avervi girato “La Terra Trema”, e l’intellighenzia progressista ne virarono i contenuti verso sinistra, scatenando, come accadrà più tardi nei confronti di Pier
Paolo Pasolini, un vero e proprio dibattito culturale all’interno del PCI. Mario Alicata ad esempio lo stroncò; lo stesso, poi fu chiamato a fare la prefazione dell’edizione sovietica… Cioè consigliava all’estero, ciò che non consigliava agli italiani.

I trasformismi certo non potevano essere accettati, l’ambiguità infinita del mondo nemmeno, tanto meno il ruolo marginale attribuito alle masse, privi di un ruolo attivo nel Risorgimento; tuttavia la versione cinematografica di Visconti fu più gradita: più contadini rispetto al libro, una certa condanna del trasformismo, la celebrazione dei “garibaldini” assenti nel romanzo. Palmiro Togliatti, il “Migliore”, diede il suo placet (scrivendo un biglietto a Trombadori): non occorreva che Visconti tagliasse alcuna sequenza dal capolavoro, neanche quella del ballo, dai più considerata decadente. Gli ultimi due capitoli del libro (in cui Tomasi di Lampedusa fa i conti con la sua famiglia d’origine) sono saltati in toto da Visconti. Per quanto attiene ad altre differenze tra romanzo e film, salta subito all’occhio la figura di Concetta, determinante nel libro, quasi una figura collettore, diremmo di raccordo, più vittima invece nel film. La sottile ironia che pervade il racconto non si evince nel film, semmai si ravvisano accanimenti contro alcuni personaggi, in particolar modo Don Calogero. Risate sguaiate simil iene vengono appiccicate allo stesso Don Calogero, ad Angelica ed a Tancredi, a volte per accentuare la classe sociale di provenienza. L’alba finale (il film inizia con un’alba e finisce allo stesso modo), andava bene sia a destra (simbologia del sole) che a sinistra (il sol dell’avvenire); allo stesso modo, il film inizia con un “rosario” e termina con una preghiera, e la camminata finale poi, in cui Lancaster (Don Fabrizio) si avvia verso un vicolo stretto, buio e povero, simboleggia la fine dell’aristocrazia.

A proposito di Lancaster, l’attore fu imposto a Visconti, lui non lo gradiva e fu povero di suggerimenti per il divo americano, che nel film sembra paradossalmente l’alter ego di Visconti, perché non avendo un modello di aristocratico da imitare si dovette ispirare all’unico che aveva nei pressi e cioè il regista stesso. Queste e tante altre curiosità nonché dissertazioni storico-ideologiche si potranno scoprire leggendo questo bellissimo e coraggioso libro paragonabile a una scalata dell’Himalaya, difficilissima, ma dal fascino irresistibile. Alberto Anile, giornalista e critico cinematografico, ha scritto numerosi libri sul cinema fra i quali “Totò e Peppino fratelli d’Italia” (Einaudi), “Totò proibito” (Lindau), “Orson Welles in Italia” (Il Castoro, premio Domenico Meccoli 2006), poi tradotto negli Stati Uniti.
Maria Gabriella Giannice, giornalista dell’Ansa, è stata critico cinematografico per “Il Giornale” di Montanelli, ha lavorato per “Europeo”, “Corriere della Sera” ed “Espresso”. In coppia con Alberto Anile ha anche scritto “La guerra dei vulcani” (Le Mani, 2000) .

 

 

Orazio Leotta

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