L’Editoriale – Il civismo per coprire la crisi politica

L’ultima parola d’ordine usata dai simulacri di forze politiche presenti nello scenario nazionale è “civismo”, usata a mo’ di foglia di fico per coprire la triste parabola della Seconda Repubblica. Tentativo non nuovo, considerato che dopo la crisi della Prima Repubblica e la fine del sistema dei partiti di ceppo novecentesco, nel lessico politico fece irruzione la “società civile”, intesa come apporto non professionistico dei cittadini alla rigenerazione delle élites politiche, legato all’etica pubblica e alla cultura dei diritti.
In realtà, quell’apporto dalla “società civile” in molti casi era ed è segnato da rappresentanti di mondi, professionali, imprenditoriali e dell’associazionismo, che con la politica e le istituzioni hanno strettissimi legami e che da essa ricevono incarichi, vantaggi ed utilità. Così è anche per il “civismo”, il quale, dal punto di vista politologico, è un fenomeno non nuovo: e risale ai tempi della creazione dei primi corpi intermedi, come università e corporazioni, delle civitas, collocati tra il potere assoluto esercitato al tempo dai monarchi e il cittadino. Del civismo si occupa da tempo Stefano Rolando, politologo e animatori di gruppi civici, in particolare sul rapporto tra questo fenomeno e la nostra Costituzione, che declina la politica nazionale come “democrazia dei partiti”. Secondo Rolando ci sono esperienze storiche per cui il cittadino non ha solo il diritto di domanda di una politica, ma gli è concesso un diritto di offerta politica, anche a seguito della riforma dell’articolo 118, che ha costituzionalizzato il principio di sussidiarietà che riguarda anche i cittadini. Ma ai partiti virtuali della politica italiana il civismo serve per riciclare vecchio ceto politico sotto mentite spoglie, inventando liste civiche che sanno abbondantemente di professionismo della vecchia politica. Siamo ben lontani, cioè, dalle idee più nobili del civismo in politica, si pensi al Partito d’Azione, o a mirabili esperienze come quelle di Adriano Olivetti, don Milani e Danilo Dolci.
Utilizzato in una logica di autoconservazione e di apparente rinnovamento, si pensi a ciò che sta avvenendo per le elezioni regionali in Sicilia con liste “civiche” imbottite di candidati a vario titolo espressione di ceto politico, il civismo non aiuta la politica ad affrontare i temi che interessano i cittadini ma ricercando soluzioni solo per sé, per la propria crisi di valori e di metodi, alimenta la sfiducia, l’insicurezza e la rassegnazione. Al fondo rimane la questione del professionismo (e della dipendenza economica!) in politica, con la contestuale esigenza per l’uomo politico di “passione, senso di responsabilità, lungimiranza”, poste dal grande sociologo tedesco Max Weber nel corso della conferenza tenuta nel 1919 a Monaco dal titolo “La politica come professione”: “due sono i modi per trasformare la politica in professione: vivere “PER” la politica o vivere “DI” politica. Chi vive per la politica fa di questa la sua vita mentre chi vive di politica la utilizza come semplice e duratura fonte di guadagno”.
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