In un mondo ormai costantemente proiettato sull’oggi, dove le pause di riflessione e i momenti dedicati alla lettura di qualità sono sempre meno frequenti, pur nell’abbondanza di libri messi a disposizione da un’editoria che sforna novità continue per catturare i segmenti più svariati di lettori, ci è capitato tra le mani un libro che a noi, appassionati cultori di tutto ciò che di buono e di bello ha prodotto la nostra terra, è parso subito interessante: “Stefano Tuccio S. J. Ispirò Caravaggio e Shakespeare” di Guglielmo Scoglio (Phasar Edizioni, 2017, pp. 143, € 13,00).

In realtà, conoscevo già la figura di Stefano Tuccio (1540-1597), illustre figlio di Monforte San Giorgio, per aver avuto modo di apprezzarla dalle opere di due illustri studiosi già da me conosciuti al Liceo “Maurolico” di Messina: Giuseppe Giorgianni, che fu mio insegnante di Religione negli anni Sessanta (prima di essere là stesso docente di Storia e Filosofia) e scrisse un’opera fondamentale sul monfortese; e Carmelo Amato, che conobbi negli anni Novanta come collega di sezione, sempre per Storia e Filosofia, nello stesso Liceo e che si occupò anch’egli di Tuccio. Ed ecco spiegato perché il nuovo libro di Scoglio mi ha subito stimolato. Oltre al necessario capitolo sulla sua vita e le sue opere e al consistente ruolo da lui ricoperto nella “ratio studiorum” dei Gesuiti, in più riprese, a partire dal 1583, mi ha interessato particolarmente il Tuccio drammaturgo, mentre mi ha non poco incuriosito il suo rapporto, affermato dall’autore tramite una consistente documentazione, con i grandi Caravaggio e Shakespeare. Egli dedica una ventina di pagine ai possibili rapporti tra due opere di Caravaggio (contemporaneo, anche se più giovane di una trentina d’anni, di Tuccio), “Giuditta e Oloferne” (1600) e “Davide con la testa di Golia” (1609-
10) e due delle sei opere teatrali di Tuccio, “Juditha” e “Goliath”, sottolineando in esse (ma anche in altre, come “La vocazione di San Matteo”, la “Deposizione”, “L’incredulità di San Tommaso”) la teatralità del linguaggio del pittore, i cui personaggi “sono raffigurati come attori sulla scena ripresi nel momento più drammatico dell’azione”.  In particolare, nel quadro di Giuditta e Oloferne a Scoglio appare “molto evidente l’influenza del teatro di Tuccio, perché sia il dramma che il dipinto rompono con la tradizione” e, se pure anche altri avevano rappresentato quest’episodio biblico, “solo Tuccio rappresenta sul palco la scena della decapitazione; in tutti gli altri drammi infatti l’episodio è solo raccontato”. E scoglio completa il suo assunto affermando che anche dal punto di vista pittorico, è questo “il primo dipinto in cui è realisticamente rappresentato l’episodio dello sgozzamento tanto che si vede il sangue. In altre opere d’arte precedenti invece viene rappresentata la testa mozzata di Oloferne accanto a Giuditta”.

Considerazioni diverse, ma simili nel riferimento alla corrispondente opera di Tuccio, sono svolte da Scoglio nell’analisi del “Davide con la testa di Golia”, quando si afferma che la figura sembra la riproduzione pittorica del personaggio della tragedia tucciana, dove Davide non esprime orgoglio né gioia contrariamente a quanto leggiamo nella Bibbia”. Suggestioni dovute alla contemporanea presenza a Roma in quegli anni di Tuccio e Caravaggio? Assistette forse, addirittura, il pittore alla rappresentazione della “Juditha” del drammaturgo in occasione del Giubileo del 1600? Certo è che proprio allora Caravaggio stava lavorando allo stesso soggetto, mentre, confrontando il testo
di Tuccio con il quadro, è possibile, secondo l’autore, individuare parecchi dettagli significativi di somiglianza. Certo, attribuire una così forte sensibilità religiosa ad un pittore “maledetto” come Caravaggio può sembrare fuorviante da parte del monfortese studioso di Tuccio:
forse (è una nostra ipotesi) nell’artista ci fu solo la capacità d’interpretare la sensibilità del periodo controriformistico, utilizzando gli strumenti da lui ritenuti più opportuni.

Un altro capitolo interessante del volumetto riguarda le possibili influenze esercitate da Tuccio su William Shakespeare,  a proposito del quale tante sono state le congetture, sia in Sicilia che nella nostra città, ma sempre nell’assenza di precisi riferimenti documentali, circa la sua origine isolana. Scoglio, citando soltanto tali supposizioni che, in mancanza di precisi riscontri, sembrano a noi di natura solo campanilistica, accentra la sua attenzione, invece, sul periodo della vita del drammaturgo che va dal 1585 al 1592, i cosiddetti “lost years” (anni perduti), in cui non si sa nulla di lui, per ipotizzare una sua “cattolicità”, che potrebbe averlo indotto ad abbandonare il proprio paese in un periodo in cui Elisabetta I d’Inghilterra, figlia di quell’Edoardo VIII che aveva provocato lo scisma anglicano, perseguitava duramente i cattolici, costretti proprio per questo in Inghilterra a formarsi in quella che proprio uno studioso inglese ha chiamato “cultura di paranoica circospezione”. Ed ecco profilarsi l’eventualità che Shakespeare si sia trasferito sul continente, con indizi che ne rendono possibile la presenza a Roma: il fatto che manchino certezze si spiegherebbe col fatto che la sua incolumità (le spie inglesi segnalavano le attività dei connazionali a Roma e l’eventuale invio di missionari in Gran Bretagna) “dipendeva dalla sua riservatezza, dalla sua capacità di non far sapere a nessuno dove si trovava”. Se è così, proprio frequentando il Collegio Inglese guidato dai Gesuiti, Shakespeare potrebbe aver conosciuto i drammi di Stefano Tuccio e proprio dalla “Giuditta” potrebbe “aver preso lo spunto per il suo teatro dell’orrore che prende l’avvio con la sua prima tragedia, “Tito Andronico”, la più violenta e sanguinosa tra quelle da lui scritte”. Lo scopo di queste e di altre atrocità portate direttamente in scena non è, naturalmente, fine a se stesso, ma, come studiosi inglesi quali la Asquith, hanno notato, è morale, cioè “quello di vincere negli spettatori la vanità del mondo”.

Conclude Scoglio che rapida fu, una volta tornato in patria, l’affermazione di un personaggio come Shakespeare “poco conosciuto ed è la prova che la professionalità del drammaturgo era stata acquisita di nascosto, fuori dall’Inghilterra”. Ha scritto bene in un suo articolo di qualche anno fa Gino Bartolone a proposito di Tuccio: “Questi, oggi quasi del tutto sconosciuto, potrebbe a giusta ragione esser definito «gloria e vanto della Chiesa messinese», se solo ci si impegnasse a ricostruirne il percorso esistenziale, ecclesiale e culturale; tanto ingiustificato e disdicevole ci appare l’oblio in cui è stato relegato, per quasi quattro secoli, sia dalla Chiesa di Messina che dalla stessa Compagnia dì Gesù”. E mi pare proprio che questo volumetto, frutto di tante ricerche, vada proprio nella stessa direzione.

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