Prima le gelate primaverili e le grandinate di maggio. Poi la siccità estiva con temperature oltre i 40 gradi. Quello appena passato è stato l’anno peggiore che i coltivatori del pistacchio di Bronte ricordino. Non meravigliatevi quindi se il prezzo sugli scaffali sarà più elevato. Lo scorso anno, la “tignosella” (pistacchio in guscio) era venduta a 8,50 euro al chilo. Ora andrà via per non meno di 11 euro. Poco ma buono: gli agricoltori garantiscono che nonostante la resa sia stata bassissima, il prodotto in vendita sarà di ottima qualità. Vediamo di capire meglio cosa è successo. Le gelate primaverili e la grandine hanno impedito una sufficiente impollinazione. Una scarsa impollinazione corrisponde ad una scarsa quantità di frutto. I periti assicurativi hanno stimato una perdita di raccolto che in alcuni casi ha raggiunto picchi del 90%. La siccità invece ha influito sulla maturazione. Le piante giovani hanno perso prima le foglie e poi i rami; quelle adulte hanno resistito ma i grappoli hanno prodotto circa 3 chicci contro i consueti 15. La pezzatura inoltre non è quella di sempre. Alla siccità si poteva ovviare con l’irrigazione? Ebbene no: il 95% dei pistacchieti sono posizionati in maniera tale da non poter essere raggiunti da un sistema di distribuzione idrica artificiale.

Al sindaco di Bronte, Graziano Calanna, non è rimasto altro che chiedere alla Regione di dichiarare lo stato di calamità naturale. E lo stesso è valso per gli allevatori della zona che si sono rivolti allo Stato per accedere al Fondo di solidarietà nazionale che prevede la sospensione dei mutui e il pagamento dei contributi assistenziali e previdenziali a carico delle imprese agricole danneggiate. Misure da terremoto per un raccolto al dì sotto delle aspettative? Sì, perchè la coltivazione del pistacchio è molto particolare: una pianta non fruttifica se non raggiunge i sette anni di vita e la raccolta avviene una volta ogni due anni. Capite bene che se tutto non rispetta le previsioni, la filiera rischia di collassare. Anche il mercato è diverso da un qualsiasi altro prodotto agricolo. Fino a vent’anni, il pistacchio di Bronte era sconosciuto. Poi si è ritagliato un segmento di nicchia tra i banconi delle migliori pasticcerie siciliane e nei ristoranti degli chef stellati. Solo di recente si è fatto conoscere ed apprezzare anche all’estero, dove però alla materia prima preferiscono il preparato per le gelaterie. Bronte, sul mercato mondiale del pistacchio, rappresenta solo l’1%. Il business è in mano ai produttori greci, californiani, iraniani e turchi che coltivano in quantità industriali a prezzi stracciati. In termini di costi di produzione poi non c’è paragone: il pistacchio di Bronte è biologico e viene raccolto a mano; un operaio costa 80 euro al giorno tasse comprese e la forza lavoro viene impiegata anche negli anni in cui non si effettua la raccolta perché bisogna comunque potare e decespugliare. Ecco spiegato il motivo del prezzo elevato. A meno di 10 euro al chilo non converrebbe nemmeno raccoglierlo.

Il cattivo raccolto e una concorrenza estera agguerrita non sono le uniche insidie che il pistacchio di Bronte sta affrontando. A poche centinaia di chilometri, uno scomodo rivale si sta facendo velocemente strada, tanto da essersi costituito in un’associazione per il raggiungimento del marchio Dop. Il pistacchio della Valle dei Platani comprende 80 soci tra produttori, aziende di trasformazione e commercianti che ricadono nei Comuni di Agrigento, Alessandria della Rocca, Casteltermini, Cianciana, Raffadali, San Biagio Platani, San Giovanni Gemini, Santa Elisabetta, Sant’Angelo Muxaro e Santo Stefano Quisquina. A differenza di quello di Bronte, il pistacchio della Valle dei Platani non ha sofferto né le gelate né la siccità. Le temperature elevate hanno solo anticipato la raccolta ma qualità e quantità sono rimaste invariate. Questo pistacchio cresce su terreni calcarei e argillosi ed è soggetto ad un clima meno rigido rispetto a quello catanese. La coltivazione viene praticata con metodi tradizionali tramandati da generazioni. Tutte queste peculiarità danno vita ad un prodotto con caratteristiche organolettiche uniche nel suo genere: un colore verde intenso, una forma più allungata e un’oleosità maggiore. Uno studio dell’ Università di Palermo ha dimostrato che questo pistacchio è l’ unico al mondo a possedere l’acido palmitoleico, fondamentale per la salute dell’organismo. Il prezzo, come per quello di Bronte, varia in base al mercato e al raccolto: solitamente si aggira intorno ai 14 euro al chilo con guscio e 20 euro sgusciato. Quest’ anno, considerata l’elevata qualità del prodotto, il costo sfiorerà i 35 euro per il senza guscio.

Non per tutte le tasche insomma ma la richiesta non manca. Non solo in patria dove viene consumato per l’80%, ma anche all’estero. L’ oro verde della Valle dei Platani viene esportato in Francia, Germania, Belgio, Cina, Usa e di recente anche in Sud Corea. Agli asiatici piace così tanto che stanno registrando un reality nei pistacchieti agrigentini, nel quale i partecipanti si sfideranno nella raccolta e nella preparazione di specialità locali. Di recente il pistacchio ha trovato un utilizzo anche nel settore farmaceutico: un’ azienda sta sperimentando l’estrazione degli oli che possiedono proprietà benefiche, emollienti e rinfrescanti.

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