Braccio di ferro tra la Soprintendenza di Messina, l’immobiliarista casertano Giuseppe Statuto, e la casa d’asta “Bonino” di Roma che ha messo sotto il martello 167 opere d’arte ospitate al San Domenico Palace Hotel, il convento domenicano trecentesco di Taormina. Sul filo del cronometro, solo il 1 marzo scorso, dopo le polemiche sorte per la vendita da Sotheby’s per un importo stimato tra i tra i 2,5 e 5 milioni di euro del ritratto di Donna Florio ospitato all’hotel Villa Igiea di Palermo, il Soprintendente di Messina Orazio Micali ha reso operativo il vincolo di tutela su opere e arredi del San Domenico.

Pronti per l’asta, che è stata sospesa nella stessa giornata, con una stima complessiva per tutti i lotti di milione e settecento mila euro, quadri, bassorilievi, giare, panche, librerie e persino il sarcofago di un erede della famiglia Corvaja, che ha abitato l’allora Palazzo nobiliare
del San Domenico. Una situazione non dissimile da quella di altri cinque alberghi siciliani, il Gran Hotel Villa Igiea di Palermo, l’Hotel Des Palmes, gli Excelsior di Palermo e Catania e l’Hotel Des Etrangers di Siracusa, le cui opere d’arte, 650 in tutto, il curatore giudiziario della Amt Real Estate spa, la società fallita di Francesco Bellavista Caltagirone del Gruppo Acqua Pia Marcia, ha deciso di mettere all’asta. Per un vizio contrattuale, non da poco: gli alberghi sono stati ceduti essi stessi all’asta, senza il corredo dei “beni mobili”. Giuseppe Statuto, rilanciando con una offerta di duecentomila euro in più, ha “soffiato” il San Domenico, dove hanno soggiornato i signori della Terra sbarcati a Taormina per il G7, per 52,5 milioni di euro al principe del Quatar, Hamad Bin Jassim Al Thani.

Statuto, che con questa mossa ha ancora di più appesantito i conti del gruppo che controlla Il “Four Season” e il “Mandarin” a Milano e il Danieli di Venezia, tanto che quest’ultimo albergo, il più prestigioso, ora è stato pignorato dal Monte Paschi, è esposto per 900 milioni di euro, ed è stato costretto a cedere l’immobile di Via Verri 4 a Milano per 90 milioni, incassati e subito girati agli istituti di credito per tenerli a bada, ha fatto scrivere ai suoi legali di avere comprato la parte strutturale del San Domenico, “non i beni mobili”, comprese le opere d’arte, delle quali non risponde del tutto. La Soprintendenza di Messina ritiene che le opere possono sì passare di proprietà, ma le collezioni non possono essere smembrate. Il decreto di vincolo è stato così girato dalle parti al responsabile della procedura giudiziaria del fallimento Acqua Pia Marcia per tute le determinazioni del caso: decidere quali oggetti sono amovibili e quali no, secondo i diversi gradi di tutela.

Ma se alla Soprintendenza di Messina Statuto ha risposto, non ha dato conto invece alla Fisascat Cisl di Messina che ha chiesto lumi invece sulla paventata chiusura a novembre della struttura alberghiera, che si appresta a svolgere lavori di manutenzione e ristrutturazione senza indicare la data di riapertura e a chiudere il rapporto con 65 lavoratori stagionali, che vedono messo a rischio il diritto alla cassa integrazione.

Share: