In molti danno le colpe ai sondaggi. I primi annunci che davano in testa la coalizione di Nello Musumeci, hanno fatto sì che in 14 deputati si spostassero dal Centrosinistra al Centrodestra, confine che per molti partitini di “centro” come Ap di Alfano o i “Centristi per la Sicilia” è sempre stato ondivago.

L’effetto dell’ onda lunga è stata che nelle liste del centrosinistra si sono ritrovati troppi “galli nel pollaio”. Due fra tutti: Leoluca Orlando, promotore della lista Arcipelago, il gruppone dei sindaci che avrebbe dovuto trascinare la candidatura del rettore di Palermo Fabrizio Micari
e Rosario Crocetta, il presidente uscente, da sempre in guerra su tutto con il presidente dell’Anci e con il sottosegretario alla salute, Davide Faraone. I risultati finali sono stati devastanti. Settimana scorsa, in un momento di crisi notturna, Fabrizio Micari aveva già strappato la sua adesione alla lista che non si riusciva a chiudere e da Mussomeli a Palermo si è precipitato anche il leader di Sicilia Futura, Salvatore Cardinale, che meditava di ritirare l’appoggio alla lista Micari-presidente per passare anche il movimento nell’area di Centrodestra. Uno strappo non consumato, “ma il progetto - si lascia scappare qualche deluso dentro “Sicilia Futura”, il partito di Beppe Picciolo - è solo rinviato e potrebbe concretizzarsi con una intesa di “campo largo” dopo il risultato elettorale”.

A farla da padrone, in questa campagna elettorale sono soprattutto le divisioni. Tanto a destra; quanto a sinistra. Il centro non esiste più, dissolto nella lista Alternativa Popolare nella quale, “per coerenza” amano ripetere sia Alfano che D’Alia, loro sono rimasti. A fare da guastafeste, ancora una volta Rosario Crocetta. Che da quando è entrato nel “semestre bianco” ha perso ogni freno inibitorio. E ha cominciato a macinare nomine su nomine. Tra amici e “megafonisti” dell’ultima Ora. Dall’Ircac, l’ente che favorisce la promozione delle
cooperative, dove ha mandato il fedelissimo “Sami”, per arrivare agli Iacp, gli istituti di edilizia economica e popolare che sono diventati una succursale de “Il Megofono”. Una sigla questa, più che un partito, rispolverata dopo l’eutanasia di “RiparteSicilia”, il movimento elettorale di Crocetta sostituito dopo l’inchiesta sui trasporti marittimi che vede il presidente accusato di corruzione. Ma la vita del “il Megafono” è stata breve, ucciso nell’ultima settimana per un intervento diretto di Renzi, il capo del Partito chiamato a sanare le inguaribili divisioni trasformatosi in faide per formare le liste. Così Crocetta, che prima voleva essere capolista a Palermo, Catania e Messina, non sarà capolista neanche a Messina, dove la sua lista è stata esclusa dalla competizione elettorale perché presentata fuori termine. Un destino uguale a quello di “Noi Siciliani” di Franco Busalacchi e di Casa Pound di Gianluca Reale e di Piera Lo Iacono, con la lista civica “Per il lavoro”.

Ma come si è arrivati a questo pasticcio? Crocetta al pari di Arcipelago, la Lista dei territori a sostegno di Micari, ha avuto serie difficoltà anche a trovare i candidati. In un primo momento a Messina, la provincia del cuore del presidente, i candidati si sono fermati a cinque. A dare la loro formale adesione al coordinatore della Lista Ciccio Calanna, oltre l’assessore regionale ai beni culturali, la new entry Aurora Notarianni, anche i sindaci di Santa Domenica Vittoria e di Santo Stefano Camastra, Francesco Lo Re, appoggiato da Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi. Una situazione non diversa, la diserzione di massa, da quella che registrava la lista presentata da Leoluca Orlando che in un primo momento poggiava nel sostegno aperto dei sindaci di Agrigento, Firetto, di quello di Caltanissetta, Ruvolo, e di molti esponenti vicini all’Anci, anche in provincia di Messina, come Salvino Fiore e il sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea, Bartolo Cipriano, o del sindaco di Savoca, l’ex segretario regionale del Pd Nino Bartolotta, che di recente ha assunto la carica di segretario del Comune di Sortino, in provincia di Siracusa. Spariti tutti.

“Non disponibili”. Scattato l’allarme, a pochi giorni dalla scadenza della presentazione delle liste, l’intervento risolutore di Matteo Renzi: “Basta con le liti, presentate una unica lista a sostegno di Micari”. Qui scatta il braccio di ferro, per la presentazione delle liste, tra il fedelissimo di Leoluca Orlando, Francesco Giambrone e l’area Lumia, che porta avanti le istanze di Crocetta. Scatta un giallo notturno, anche su Davide Faraone. Da sempre inviso a Crocetta, che per la notte precedente alla presentazione delle liste, sparisce. Irrintracciabile.
Il risultato susseguente è che la Lista per Micari “sparisce” per prima a Siracusa. Non viene neanche presentata. Qui erano pronti a scendere in campo l’imprenditore di Canicattini Bagni Pippo Basso e il presidente del Siracusa Calcio, Gaetano Cutrufo. Che alla fine così spazientito,
anziché candidarsi con la Lista last minute di Crocetta & C, si candida sì, ma in Alternativa Popolare, il partito di Alfano. A Messina succede di peggio: i candidati che avevano già prenotato poster e santini in tipografia, vengono a un tratto depennati e nella lista accanto a Crocetta,
oltre alla Notarianni, fanno capolino Nicola Barbalace, Nunziato Grasso, Tani Isaja e Massimo Simeone. Trattative difficili, nelle quali entra anche il presidente dell’Agenzia Giovani, Giacomo DArrigo, renziano della prima ora.

Ma la lista non finisce nelle urne, si arresta davanti a un ricorso al tar che non si potrà pronunciare che per un rigetto: la lista è fuori termine. Per otto minuti. I più lunghi dell’era Crocetta, che esce di scena utilizzando un linguaggio caro al senatore “responsabile” Domenico Scilipoti: “Mi sono sacrificato. Il mio è stato un gesto di grande responsabilità”. Bye bye, Rosario.

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