I love dick, lettere di donna

Scrivere è libertà, leggere una necessità. Entrambi sono l’antitesi dell’inerzia, nostra virtù predominante, che secondo Nero Wolfe è il miglior partito, quando c’è possibilità di scelta, è affidarsi all’inerzia. «Che tipo di reazione sto cercando? Per lui questa lettera è troppo letteraria, troppo alla Baudrillard. Dice che sto soffocando tutte le piccole cose tremanti che trovava così commoventi. Non è l’Esegesi della Figa Muta che si aspettava. Ma so che tu, Dick, quando leggerai, capirai che queste cose sono vere. Tu capisci che il gioco è reale, o perfino meglio della realtà, e che in questo meglio sta il nocciolo della questione. Quale sesso è meglio delle droghe, quale arte è meglio del sesso?Meglio di vuol dire accedere all’intensità assoluta. Essere innamorata di te, essere pronta a fare questo giro, mi fa sentire una sedicenne in giubbotto di pelle rannicchiata in un angolo in compagnia dei miei amici. Una fottuta immagine atemporale. Parla del non fregarsene un cazzo, o del vedere tutte le conseguenze possibili e fare comunque una certa cosa. È quello che tu, io – continuiamo a cercare, ed è emozionante quando lo trovi in un’altra persona. Sylvere è convinto di essere quel tipo di anarchico».

Come vorrei averle scritte io queste parole, invece mi dispiace deludervi, sono tratte da un libro che è stato definito da Guardian “il libro più importante sugli uomini e le donne che l’ultimo secolo ci ha lasciato”, è edito da Neri Pozza nel mese di maggio 2017 e stampato a Tre Baseleghe nei pressi di Padova ed è appunto intitolato: I love Dick. Parlare e scrivere d’amore secondo Rienzi è l’attività degli oziosi e l’ozio degli attivi, poi François Rabelais va oltre e scrive: “Chi togliesse l’ozio dal mondo, ben presto perirebbero le arti di cupido”. Leggere questo libro è come seguire al biliardo una partita di carambola, tutto torna e gira per andare in buca, dove la buca è quella calamita che inerte aspetta che la nostra vita giri per poi inevitabilmente finire in quella buca immobile che attende sia il nostro dinamismo che la nostra inerzia. Anche nel romanzo c’è il pallino, eccolo: «Tutta la vita, a partire dai diciannove anni, Sylvere Lotringer aveva desiderato essere uno scrittore. Portando con sé nell’arcipelago britannico un enorme registratore a cassette sistemato sul sellino posteriore della sua vespa, aveva intervistato nel suo inglese zoppicante tutti i grandi della letteratura – T.S.Eliot, Vita Sackville-West e Brendan Behan – per una rivista letteraria comunista francese. Se n’era andato per la prima volta dalla sua famiglia di sopravvissuti all’Olocausto e dalla pulciosa rue Poissonnière ed era stata la libertà. Due anni dopo, mentre studiava alla Sorbona con Ronad Barthes, aveva scritto un saggio sul tema La funzione della narrativa nella storia.

Il testo era stato pubblicato su “Critique”, una prestigiosa rivista letteraria. Il resto è storia. La sua. È diventato uno specialista della narrazione, non un creatore. Poiché la coscrizione obbligatoria per la guerra d’Algeria era iniziata, aveva preso a rotolare da un posto di insegnante all’altro in Turchia e Australia e infine in America. Adesso, a distanza di quarant’anni, stava scrivendo su Antonin Artaud, alla ricerca di un qualche collegamento tra la follia dello scrittore e quella della Seconda guerra mondiale. In tutti quegli anni, di fatto, Sylvere non aveva mai scritto nulla che amasse o che avesse a che fare con la Guerra (idem). E ricordava che una volta, a proposito di Antonin Artaud, David Rattray gli aveva detto: «È come riscoprire le verità dello gnosticismo; l’idea che questo universo è folle…». Bè, Artaud era parecchio fuori di testa e altrettanto David. Che adesso Sylvere, invece di essere semplicemente infelice, fosse matto pure lui?» Ma è vero che la pazzia è quell’amalgama che lega quelle palle da bigliardo mosse da una stecca? Sylvere scrive a Dick: «Caro Dick, scommetto che se fossi riuscito a fare una cosa del genere con jane, non l’avresti mai piantata, giusto? Invidi la nostra perversione? Sei così moralista e giudicante, ma in fondo in fondo scommetto che ti piacerebbe essere come noi. Non vorresti avere qualcun altro con cui farlo?»

Poi la palla gira e Chris scrive a Dick: «In questo momento sono seduta contro dei cuscini sul pavimento della camera da letto esposta a nord, e sto osservando il letto che ho comprato in Tennessee – questo oggetto magnificamente bello cui ho dedicato la serata, massaggiandolo con degli stracci imbevuti di olio di noce, poi lucidandolo. È in pioppo, «il legno dei popoli», e Tad dice che si capisce che
è vecchio perché le curvature sono fatte senza utensili elettrici. Mi ha dato un sacco di piacere frizionarlo fino a far penetrare l’olio e sentire con le mie mani come era fatto. Ho sempre desiderato qualcosa di simile». In questo avvicendarsi di note una confessione a posteriori: «La notte che Sylvere e io siamo rimasti a dormire a casa tua ho sognato vividamente di fare sesso con te in vari modi. Mentre Sylvere e io dormivamo sul divano letto ho sognato che mi ero infilata in camera tua attraverso la parete. Quel che di più mi ha colpita nel nostro fare sesso era la sua intenzionalità, la sua determinazione. Il sogno si è svolto in due scene distinte». Ometto di descrivere le scene oscene che seguono ma non posso non citare la riflessione che segue: «Queste lettere sono il primo tentativo che ho mai fatto di esprimere le mie idee perché ne ho bisogno, non solo per divertire o intrattenere. E adesso è primavera e ho voglia di raccontarti qualcosa di più su questo quartiere, sul mondo esterno: i minuscoli giardini spagnoli con i loro gazebo sgangherati costruiti su terreni abbandonati, le strade dissestate, Adela’s, un caffè portoricano nazionalista. Ci sono una panaderia e una carniceria, le banane costano quindici centesimi al pezzo e i bianchi che vivono in zona lo fanno senza troppa avarizia o esibizione di ricchezza. La pananeria su Avenue C e 9th Street vende torte dai colori più incredibili. Ho cominciato a indossare biancheria intima verde e rosa, come il Guatemala. E anche se in queste pagine spira una certa tristezza, qui sono molto felice».

E poi dopo il sesso di supposizione immaginaria e anche cruda la riflessione toccante: «Di quanto mi piace attingere dai libri degli altri, cogliere il ritmo dei loro pensieri, mentre cerco di scrivere i miei. Scrivere ai bordi di Philip K. Dick, Ann Rower, Marcel Proust, Eileen Myles e Lice Notley. È meglio del sesso. Leggere adempie la promessa che il sesso fa, ma non riesce quasi mai a mantenere – espandersi perché si entra nel linguaggio, nella cadenza, nel cuore e nella mente di un’altra persona». E poi la fine di un pensiero, di un modo di essere scrittori, amanti e amici: «Per anni ho cercato di scrivere ma i compromessi della mia vita rendevano impossibile occupare una posizione. E «chi» «sono» «io»? Accettare, te e il fallimento, ha cambiato tutto, perché adesso so che non sono nessuno. E c’è molto da dire». Poi la chiusura, Dick risponde per iscritto e manda un plico con due buste bianche dove si poteva scrivere di tutto, ma tutto era già stato scritto e indietro in letteratura come nella vita non si torna mai. Non ditelo ai nostri politici, perché si vergognerebbero di aver vissuto senza scrivere a Dick: ti amo! Mi dispiace solo di non avere tralasciato i punti erotici per decenza, ma la decenza fa parte della democrazia o solo della illetteratura? Prima pensate e poi scrivete a Dick, lui vi risponderà dopo le elezioni dimenticando le erezioni e la fumosità delle notti d’amore mai vissute. Parola di donna. Al di fuori delle infinite carambole dell’amore, ecco cosa significa Dick: (diminutivo di Richard) Riccardino; e generico per: individuo. Appunti da vocabolario del 1942 Italiano- Inglese. Non sono andato a vedere quello aggiornato in cui questo nome indica il membro maschile.

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