Oteri, dune e dissolvenze

“Dune” e “Dissolvenze” è il titolo della personale di Mimma Oteri che s’inaugura il 13 ottobre alle ore 18 negli spazi espositivi del Vittorio Emanuele. La mostra allestita da Giuseppe La Motta e presentata dai critici Teresa Pugliatti e Luigi Ferlazzo Natoli può essere visitata tutti i giorni, salvo lunedì dalle ore 10 alle 13 e dalle 16,30 alle 19. Di seguito pubblichiamo uno stralcio della presentazione della professoressa Teresa Pugliatti sull’artista e sulla mostra in questione.

Ho conosciuto da poco Mimma Oteri e la sua pittura. Il fatto è che nel pullulare del gran numero di pittori o sedicenti tali che popolano la città di Messina, accompagnati peraltro da altrettante relative cronache culturali o prevalentemente pseudo-culturali, ai migliori accade di non emergere, e questo perchè coloro che operano sulla spinta di motivazioni interiori autentiche, sono i più schivi a imporre la propria presenza. Così, Mimma Oteri, pur dipingendo dagli anni della fanciullezza, se n’ è stata quasi nascosta fino al 2012, quando, invitata da amici, ha partecipato a due mostre a tema: una sul Tatto curata da Piero Serboli alla Galleria Orientale Sicula e l’altra sui Cilindri d’artista nell’ambito della linea promossa da Linda Schipani sull’Arte del riciclo. Si trattava comunque di due collettive. Mentre la prima personale è venuta nel 2016, con una produzione tutta sua intitolata Dissolvenze, presentata nella galleria messinese Kalos. Ed è di questa produzione che voglio qui parlare perché mi sembra che essa meriti un’attenzione e un apprezzamento particolari. Dico subito della tecnica da lei sperimentata e usata.

Si tratta di vernici mescolate applicate su lastre metalliche. Ciò fa sì che i colori acquistino una speciale luminosità e ottengano un effetto che direi psicologicamente elettrico, quello che, come dice la stessa pittrice, esprime la sua emozione. (...) Orbene, la pittura di Mimma Oteri è stata avvicinata a quella dell’americano Cy Twombly, con il quale però io vedrei più degli aspetti formali che delle motivazioni comuni, essendo, le motivazioni di Twombly, varie e perfino inafferrabili da parte della critica, e spesso peraltro simili a quelle di Pollock, nell’aspetto del puro gestualismo e della totale casualità. Che non sono le motivazioni che guidano Mimma Oteri, come lei stessa ci dice. Infatti, le immagini della nostra Oteri, sono soltanto in parte casuali, ovvero, come mi sembra di capire, nascono da una ispirazione ben precisa, che può essere quella di una profondità marina o di uno spazio siderale: luoghi della sua immaginazione e, in quanto tali, dalla fisionomia indeterminata, tutta da precisare. Per rendere l’idea di questi suoi luoghi mentali, Oteri si serve soprattutto dei colori accesi, che risultano fortemente espressivi, mentre lascia andare la sua mano senza spingerla a precisare delle forme. È solo a questo punto, dunque, che si può individuare un momento di casualità nella pittura di Mimma Oteri, che però al tempo stesso viene negato dalla apparizione di forme che rimandano a delle precise suggestioni.

È accaduto infatti stranamente che qualcuno, dopo avere visto i suoi dipinti, le abbia mostrato delle immagini scientifiche di fondi marini con barriere coralline e delle fotografie satellitari che appaiono perfettamente assimilabili, direi quasi sovrapponibili, ai suoi dipinti. Dunque, ciò che mi interessa osservare è lo strano rapporto di coincidenza con delle esistenze reali e insieme quel tanto di casualità
che caratterizza queste immagini di Mimma Oteri, da lei intitolate dissolvenze e che io invece, d’accordo con Luigi Ferlazzo Natoli (in “Moleskine”, febbraio 2017, pp.44-45) denominerei emergenze per l’effetto che comunicano di un graduale apparire di forme. Ed è in questo aspetto, oltre che nell’uso di colori accesi, che vedrei la pittura di Mimma Oteri semmai accostabile a certe espressioni pittoriche del passato, e in particolare a quelle di alcuni pittori del gruppo Cobra, quali il danese Asger Jorn o il belga Pierre Alechinsky, attivi negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, che però, tengo a sottolineare, non ritengo abbiano avuto per Mimma Oteri la funzione di specifici modelli, ma solo quella di far parte di una memoria storica globale che ne ha colpito la sensibilità e in certa quantità ne ha arricchito la creatività quasi inconsapevolmente. (...) Debbo ora dire che la Oteri ha provato e attraversato varie tecniche e vari modi di espressione; e avendo voluto dare alle sue immagini una tridimensionalità, ha creato i Menhir (così denominati dalla forma verticale simile a quella di megaliti monolitici) , dei parallelepipedi in legno rivestiti dalle lastre di polimero plastico dipinte, così che le immagini diventano visibili da cinque lati acquistando cioè una prospettiva multipla ma anche un effetto dinamico.

E ancora, Mimma Oteri, ispirata da un tessuto appoggiato su una sedia, immagina un’altra opera tridimensionale, e nascerà così la serie delle Dune, immagini insieme pittoriche e plastiche. Create con un impasto di colla e di stucco di sua personale composizione, a cui l’artista aggiunge i pigmenti di colore. Questo impasto viene poi plasmato sul supporto di tela come tessuto morbidamente drappeggiato. Al centro delle dune si aprono dei piccoli specchi di effetto acquoso e luminoso: sono le oasi. Ancora un elemento che allude alla realtà in un contesto tutto astratto e allusivo: è il mondo di Mimma Oteri che anche qui, come nelle dissolvenze-emergenze, presenta immagini che, sebbene riferibili a luoghi o esistenze reali, nascono da fantasie della mente o della immaginazione. E quel che va detto è che l’interessante impatto cromatico e l’ accattivante tattilità finiscono per dare a queste opere oltre che un gradevole effetto estetico una forte presenza espressiva.

Teresa Pugliatti

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