Sicurezza alimentare. Occhio ai pianta…grano

“Il grano estero è sicuro”. Parola del ministero della Salute. Il Piano nazionale per il controllo delle micotossine (pubblicato il 18 settembre 2017) non ha rilevato irregolarità in alcun campione analizzato: il grano duro proveniente da Messico, Canada, Usa, Ucraina e il grano tenero importato da Ucraina, Canada, Russia, Usa, Moldavia e Kazakistan è di ottima qualità. Lo stesso vale per pesticidi e fitofarmaci. Tutto nella norma quindi? Non proprio.

Cominciamo dal marchio: il famoso “made in Italy”. L’etichetta dovrebbe presupporre l’acquisto di un prodotto realizzato nel nostro paese: dalla raccolta fino al packaging. Niente di più sbagliato. La definizione "made in Italy" contraddistingue un’idea. Spieghiamo: il progetto è italiano ma l’assemblamento o la materia prima il più delle volte sono estere. Pasta e passata di pomodoro, giusto per citare i più comuni,
di made in Italy hanno solo la ricetta. Il grano è canadese, il pomodoro cinese. Solo l’etichetta “100% italiano” è garanzia di italianità dal campo alla tavola. L’Italia non è in grado di soddisfare il fabbisogno con le sue sole materie prime. Basti pensare che nel 2016, abbiamo importato 7,65 miliardi di chili di cereali esteri. Ma questo non esclude il diritto alla trasparenza del consumatore. Il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, ha annunciato l' indicazione obbligatoria dell'origine delle materie prime per pasta e riso. I pastai italiani invece preferiscono un sistema di etichettatura volontaria, più in linea con la legislazione europea. Resta da sciogliere un altro nodo. Se è vero che i valori delle micotossine sono nella norma, lo stesso non si può dire per i pesticidi. Il glifosato, bandito in Italia dal febbraio 2017, è ampiamente utilizzato all’estero, soprattutto in Canada (già nel 2016 il ministero della Salute ha attestato che nel grano canadese il limite era tre volte superiore a quello stabilito in Italia).

Il glifosato, utilizzato in fase di raccolta, è un erbicida prodotto esclusivamente dalla Monsanto, per il quale l' Agenzia europea per le sostanze chimiche ha escluso la pericolosità: non è cancerogeno e non provoca mutazioni genetiche, ma può causare seri danni agli occhi ed è risultato tossico con effetti duraturi sulla vita in ambienti acquatici. Dopo l’Italia anche la Francia ne ha proibito l’uso. Questo è uno dei motivi per cui il Senato ha rinviato il “Ceta”, il trattato commerciale euro-canadese, a data da destinarsi. Contro l’accordo si sono schierati
14 regioni, 1973 comuni e 69 Consorzi di tutela delle produzioni a denominazioni di origine, oltre alla "santa alleanza” formata da Coldiretti, Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food International, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch. Il mercato italiano della pasta è blindato. Il 65% se lo dividono cinque grandi gruppi. A fare la parte del leone è la Barilla che si aggiudica il 35% del totale; il 12% va alla De Cecco; l’8% alla Divella; il 6,8% alla Garofalo e il 3,8% alla Molisana. Un altro 15% fa capo alla grande distribuzione organizzata: si tratta dei soliti grandi gruppi che però vendono con i marchi delle aziende che operano nella grande distribuzione.

Il restante 20% appartiene ai quei piccoli e medi pastifici che producono con i grani duri locali, senza glifosato: il cosiddetto mercato di qualità. E la quasi totalità di queste aziende si trova Sud Italia. L’associazione "GranoSalus", che riunisce i produttori di grano duro del Mezzogiorno, ha reso noto il nome dei pasticifici che lavorano con grani duri 100% locali. A Circe Maggiore, in provincia di Campobasso opera il “Pastificio Spighe Molisane Piemme food srl”; a Stigliano, in provincia di Matera, c’è il “Pastificio Fatti in casa di Delle Fave Nunzia snc” che lavora solo il grano duro antico Senatore Cappelli, una varietà pugliese considerato di altissima qualità. Anche in Puglia ci sono alcune realtà importanti: il “PastificioGranoro” di Corato, a Bari, e l’azienda “Agrigiò-Candela”, a Foggia, che anch’essa macina a pietra solo il Senatore Cappelli. Infine “Il Fornaio dei Mulini vecchi” di Barletta. In Sicilia si fa notare il “Pastificio Valledolmo”, che produce pasta di semola di grano duro siciliano, coltivato nei territori del Parco delle Madonie. Una realtà in rapida crescita che si sta facendo conoscere per le sue caratteristiche qualitative.

Da segnalare anche il “Pastificio agricolo Lenato” di Caltagirone, una delle pochissime aziende italiane che trasforma il grano duro che produce nei suoi circa 150 ettari di terreno. Purtroppo queste piccole realtà sono delle gocce nel mare. Il Meridione e in particolare la Sicilia non sono più il granaio dell’impero. L’importazione di grano duro dal Canada, anche se di qualità scadente, al Sud ha determinato l’abbandono di circa 600mila ettari di seminativi.

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