Antonino Recca rischia grosso. Sei anni di reclusione per violazione del segreto d’ufficio e trattamento abusivo di dati personali. L’ex rettore dell’Università di Catania, imputato nel processo “Mailgate”, avrebbe utilizzato gli elenchi degli indirizzi e-mail di alcune migliaia di studenti dell’ateneo (destinati a rimanere segreti) per favorire la campagna elettorale di Maria Elena Grassi, candidata alle elezioni regionali del 2012”. Poi ritiratasi. In caso di condanna, Recca dovrà anche corrispondere 100mila euro per danni all’Università che nel processo si è costituita parte civile.

Un connubio diventato quasi indissolubile. Non si era ancora ripresa dall’esclusione della lista Arcipelago, che la “rivoluzione gentile” di Fabrizio Micari si trova ad affrontare un’altra grana. Una petizione “accademica”: da parte di docenti che da anni lavorano fianco a fianco con il rettore dell’Università di Palermo. Una fronda di ben 71 docenti ha firmato una lettera aperta, già ribattezzata il “Manifesto dei 71”, nel quale vengono chieste le dimissioni di Micari dalla carica di rettore in quanto incompatibile con la candidatura a presidente della Regione. “Ci chiediamo come un’università, il cui legale rappresentante è il leader di una coalizione politica, possa considerarsi indipendente da ogni orientamento politico come previsto dallo Statuto”. Per i colleghi, il ruolo del rettore “non solo deve rappresentare un esempio di imparzialità per la comunità accademica, ma deve altresì costituire un riferimento etico per i giovani. Quale considerazione avrebbe l’Università di Palermo se il suo rettore, dopo il risultato elettorale dovesse tornare alle sue funzioni?”. Da qui la richiesta di un passo indietro “affinché si ripristini, nel rispetto dello Statuto, la piena indipendenza dell’università, facendo prevalere ragioni di opportunità etica”. Alla guida dei dissidenti c’è Andrea Piraino, da sempre impegnato in politica, docente di Giurisprudenza ed ex assessore al Lavoro nell’ ultima giunta di Raffaele Lombardo. Firme che pesano, e che aumentano di giorno in giorno. Il problema della doppia veste di Micari era già salita alla ribalta delle cronache, ma il candidato del Pd l’aveva liquidata con una momentanea autosospensione dall’incarico. Adesso l’escamotage sembra non bastare più. Soprattutto a fronte dell’e-mail che Micari avrebbe inviato ai colleghi poco più di una settimana fa: dimissioni sì, ma solo in caso di vittoria alle elezioni.

Un eventuale “ritorno tra i banchi” –sempre secondo i 71- non potrebbe “più garantire il proseguimento delle finalità di terzietà dell’ ateneo”. E come se non bastasse, Micari deve fare i conti anche con i sospetti del rivale della lista “Cento Passi per la Sicilia”, Claudio Fava, che ha denunciato l’invio di una lettera del rettore di Palermo a docenti e amministrativi dell’Università. “Se fosse vero che il candidato Micari usa i database del rettore Micari per la sua campagna elettorale, saremmo di fronte a una penosa caduta di stile. L’ateneo di Palermo non è proprietà del rettore –continua il candidato della sinistra- e usare l’anagrafe universitaria di docenti e studenti per far arrivare
la sua letterina con annesso appello al voto non porterà a Micari un solo voto in più, solo molto imbarazzo, suo e dell’intero ateneo”. Ma Micari non è l’unico rettore invischiato nella politica. Anche Messina, con le dovute proporzioni, ha il suo conflitto d’interessi. Pietro Navarra, figlio di Salvatore, del fondatore di Forza Italia a Messina, milita nelle file del Pd e secondo il deputato regionale di Forza Italia e candidato per una riconferma all’Ars, Nino Germanà, avrebbe “politicizzato l’ateneo, trasformandolo in un comitato elettorale del Pd”.
Tuttavia Navarra, per quanto rivesta un ruolo importante nella corrente accademica dei democratici, non ambisce al momento ad alcuna carica: ha dato la disponibilità dell’Ateneo, nella sua qualità di economista, ad intervenire in alcune controverse vicende sullo sviluppo locale che hanno a che fare con il Masterplan del Piano per il Sud. Spinto in un primo momento a questo ruolo dal capogruppo di “Sicilia Futura Beppe Picciolo”, da lì è stato via via un crescendo di incontri con l’area politica che fa capo al sottosegretario alla Salute, Davide Faraone.

Fino a quando dentro l’Università non è nata la cosiddetta “corrente accademica”, quasi 150 adesioni che vanno dal vertice dei prorettori per arrivare poi ai vari docenti, nelle varie facoltà. Al centro il direttore generale dell’ Università di Messina, Francesco De Domenico, che corre per un posto all’assemblea regionale con il simbolo del Pd. Agli occhi di Nino Germanà, che segue a ruota un analoga segnalazione fatta al ministro della pubblica Istruzione dall’onorevole Carmelo Lo Monte, di “Noi con Salvini” il ruolo svolto da De Domenico all’ interno dell’ateneo non solo comporterebbe la sua “ineleggibilità”, ma anche la possibilità che si “configuri il reato di voto di scambio”. Eppure la norma che regola l’ineleggibilità è chiara e molto stringente. Salvo che non si presentino le dimissioni 180 giorni prima del voto, non possono candidarsi i sindaci e assessori di Comuni con più di 20mila abitanti, i dirigenti generali della Regione e quelli degli uffici intermedi, i direttori di aziende sanitarie e degli ospedali, i capi di gabinetto e di segreterie tecniche degli assessori. E ancora: i legali
rappresentanti e i dirigenti delle partecipate della Regione o di società che hanno contratti in essere con Stato e Regione per opere oppure concessioni e autorizzazioni amministrative.

Infine i rappresentanti, gli amministratori e i dirigenti di società e imprese che godono di contributi da parte di Stato e Regione, e i consulenti che presentano servizio per queste imprese. A queste categorie, nel 2014 l’Ars ha aggiunto anche gli amministratori e i dirigenti
di tutti gli enti di formazione o di enti titolari di appalti per attività formative, ma anche i rappresentanti di enti non territoriali e imprese che godono di contributi da parte della Regione. Ahimè, le università sono enti che ricevono fondi pubblici. Il rettore è il rappresentante legale dell’ateneo. Il direttore generale gestisce l’organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo.
Un impegno diretto in politica, che sta scuotendo ora le Università siciliane: dalla candidatura del rettore di Palermo, Fabrizio Micari, all’impegno nella Lista di Saverio Romano dell’ex rettore di Palermo Roberto Lagalla, alla “corrente universitaria” di Messina, che si riconosce nelle posizioni di Pietro Navarra, che ha portato il rettore di Catania Francesco Basile, a dichiarare: “Io al posto di Micari, no, non mi sarei candidato”. Anche per rispetto agli studenti, impegnati nei varsi corsi di studio. Una militanza politica, quella dei rettori, inaugurata proprio a Catania dall’ex rettore Ferdinando Latteri, ordinario di San Fratello, morto prematuramente a 66 anni dopo avere militato nella Dc, in Forza Italia, nella Margherita e da ultimo nell’Mpa di Raffaele Lombardo.

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