Bovo: «Educare recitando»

Tra le varie proposte per la recitazione, in particolare per bambini, ci sono i percorsi annuali di teatro di Eleonora Bovo, tra i suoi vari "Intrecci", oltre fiabe e teatro, la danza dei segni, viaggi tattili, storie con la creta ed altro ancora. Che, dal Veneto in Sicilia dal 2005 alla ricerca delle sue radici, con primi insegnanti nel teatro in Sabine Uitz e Norberto Presta, seguendo le linee tracciate da Stanislavskji e Grotowski e numerosi seminari di teatro, danza e voce, formazione universitaria in Tecniche Artistiche e dello Spettacolo e pratica decennale come attrice, e per l'arte-terapia la lezione di Vezio Ruggeri ed un master in Arti Terapie, ha dato il via a fine settembre con degli open day presso Percorsi Sonori/ Studio Danza per bambini 5-9 anni e 10-13, e presso Clan Off teatro per piccoli 5-10 anni.

Tra i vari percorsi di crescita e conoscenza e linguaggi espressivi da te proposti, oltre alla narrazione, al gesto grafico, alla manipolazione tattile ed al suono, c'è il teatro...
«Il linguaggio teatrale è stato il mio primo strumento di relazione con i bambini e lo utilizzo da circa 14 anni. Anni in cui il mio modo di stare con loro si è trasformato notevolmente. Il linguaggio che eleggiamo per una relazione può essere adeguato agli interlocutori solo se non prescinde dalla cura del modo in cui viene utilizzato. In altri termini forma e contenuto non sono mai scissi. Questo è un principio che ho capito col tempo e che mi impegno a tenere sempre presente, tanto più quando lavoro con i bambini. Il teatro è un territorio elettivo per l'infanzia, perchè i bambini giocano costantemente a far finta di e si muovono su livelli di messa in scena che li coinvolgono integralmente, ossia in linea di massima senza scissioni tra corpo mente emozioni e intenzioni. Dunque è un terreno facile da proporre a un bambino, ma è come muoversi dentro a questa cornice che fa la differenza tra un percorso teatrale educativo o no».

Sei arte-terapista a indirizzo psicofisiologico e attrice di teatro, usi la recitazione, dunque, come strumento di ricerca del sè?
«Aver sperimentato sui principi della creazione durante i miei anni di pratica attorale e poi aver fatto esperienza di consapevolezza di questi principi attraverso la formazione in arteterapia a orientamento psicofisiologico, mi aiuta a essere più cosciente (ma il cammino è duro e continuo) delle occasioni di contatto con se stessi e di trasformazione che offre questo territorio. Essere in contatto con sé significa non tradirsi. È un lavoro costante e profondo che prima di tutto cerco di fare con me stessa. I bambini sono un'ottima cartina di tornasole: la relazione con loro funziona davvero solo quando c'è questa sincerità  da parte dell'adulto che li accompagna. Qualsiasi lavoro può essere uno strumento di ricerca del sé o al contrario portare lontano da sé, dipende da come si sta in/nella vita».

Quali gli obiettivi di questo lavoro? Non si tratta tanto di una formazione attoriale ma di educazione alla conoscenza di se stessi?
«Sì, appunto. Educare a conoscersi come dicevo prima è un superobiettivo: un percorso annuale di laboratorio può sostenere e magari integrare le altre ben più sostanziali esperienze del bambino che dovrebbero comunque andare in questa direzione, cioè la sua vita familiare e scolastica. Ad ogni modo il teatro è un luogo psico-fisico in cui l'immaginario si fa concreto, manifesto e ben accetto organizzatore delle relazioni del bambino con se stesso, gli altri e lo spazio/tempo. Immaginatevi quante occasioni per mettere in gioco parti di sé, giocare a modificare dinamiche relazionali, dare forma a paure, rabbie, invidie, gelosie, gioie...esprimere moti interiori che in altre situazioni sono giudicati inopportuni, antisociali o addirittura cattivi. In una società in cui le qualità migliori che si pensa possa avere un bambino siano essere buono bravo e bello, ben vengano le streghe, i lupi, i mostri e compagnia bella ad alleggerire un pò questo carico di aspettative "adulte" che il bambino subisce e soffre compensando spesso con i mille disturbi "comportamentali" dei nostri tempi».

Non lavori su testi a memoria, scene prestabilite o con rigida struttura: il liet motiv è l'improvvisazione però su temi ampiamente manipolati e fatti propri nel tempo...
«Prestabilire una scena significa assassinare un processo creativo, rimanere nel mondo delle idee e credere che questo livello sia sufficiente a dare la vita. Oltre a dare importanza al risultato e nessuna fiducia al processo. Quindi, ancor più in campo educativo, scelgo che il cammino me lo mostrino i bambini che difficilmente decidono prima cosa fare, ma "sono" nel fare. Ogni anno emergono fiabe raccontate, ascoltate, inventate che prendono la scena, per l'appunto, più di altre e su queste ci si immerge per vari incontri fino a che il lavoro assume una struttura riconoscibile, dei paletti chiari. Il saggio si muove tra questi paletti ma il bambino in scena continua ancora una volta a giocare».

Quali le difficoltà maggiori in una città come Messina e quali i risultati più importanti?
«La difficoltà maggiore e altrettanto stimolante è quella di far crescere le esperienze lavorative nel tempo: creare una continuità che acquisti solidità e permetta di approfondire la propria ricerca. E il risultato più importante è lo stesso: è da circa 10 anni che conduco laboratori teatrali per bambini presso due Associazioni culturali messinesi, Percorsi Sonori e Clan Off Teatro. Se non avessi avuto questa continuità non avrei avuto la possibilità di crescere attraverso l'esperienza».

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