Beni culturali in Sicilia. Un tesoro a perdere

Era il novembre del 1997 quando per la prima volta dei beni archeologici siciliani venivano iscritti nel registro delle eredità immateriali dell’Unesco, ovvero la Valle dei Templi di Agrigento e la Villa del Casale di Piazza Armerina. Vent’anni saranno trascorsi tra due mesi ed è tempo di fare bilanci, non tanto sulla gestione di due singoli patrimoni, ma su un sistema, quello della fruizione degli attrattori culturali dell’Isola, che a distanza di anni continua ad essere una speranza più che una realtà concreta. Con una prospettiva che è strettamente  connessa alla volontà di una politica che continua ad essere disinteressata.

Un quadro che Giovanni Puglisi, già presidente della Commissione Nazionale Italiana per l'Unesco e rettore della Kore di Enna traccia a tinte estremamente fosche, nonostante la luminosa bellezza di quanto lasciatoci dai nostri antenati. Il tutto, va precisato, prima che il presidente della Regione Rosario Crocetta.

Rettore, partiamo dal 1997, ovvero quando Valle dei Templi e Villa del Casale divennero patrimonio dell’umanità.
“Quell’anno fu particolarmente importante per l’Italia dato che riuscimmo ad iscrivere un numero consistente di siti, tanto che l’Unesco subito dopo iniziò a contingentare l’iscrizione dei siti dei paesi membri. L’Italia certamente aveva, ed ha, una grande potenzialità di valorizzazione del proprio patrimonio. Di questo patrimonio la Valle dei Templi rappresenta un punto significativo di livello nazionale e internazionale”.

Saltuariamente si parla del pericolo che Unesco elimini dal proprio registro i beni siciliani e italiani per le loro condizioni di conservazione e gestione. E lo si è fatto anche per la Valle...

“Guardi, questa è una storiella che nella mia lunga esperienza Unescana ho sentito più volte. La verità è che tutto il patrimonio italiano potrebbe essere manutenuto meglio, certamente valorizzato meglio, mantenuto nell’occhio di un’attenzione crescente, ma detto questo il valore medio della tenuta dei beni culturali italiani è buono. Abbiamo avuto qualche tirata d’orecchie, ma sa’, c’è sempre il compare del giardino vicino che presenta una lettera anonima. Di certo non si minimizzano le segnalazioni, ma stiamo attenti a non essere masochisti”.

Lei però, solo un paio di anni fa, avanzò critiche molto dure sulla gestione di questo patrimonio...
“Non ho modificato le mie idee, anzi, le ho rafforzate. Mentre per quanto riguarda il resto del paese va’ riconosciuto al ministro Dario Franceschini il merito di essere riuscito ad innalzare l’asticella dell’attenzione per i beni culturali, in Sicilia di tutto questo non abbiamo sentito nemmeno l’odore”.

Beh, in Sicilia la gestione è della Regione...
“La Sicilia, è inutile dirlo, potrebbe vivere di turismo culturale. Ma non nel senso che deve mettere in una teca i beni, anzi, li deve usare, e molto. La cosa peggiore per un’opera d’arte è quella che Adorno chiamava la ‘museificazione’, l’imbalsamazione. Ma per evitare questo è necessaria una politica economica aggressiva e dedicata, uno sviluppo degli assett della mobilità, dell’ospitalità e dell’accoglienza, un investimento sul personale in termini di formazione e aggiornamento costante, significa una capacità del politico, con la P maiuscola, di sapere scegliere competenze professionali all’altezza di una regione che è una perla del sistema culturale del Mediterraneo. Non è che spostando i dirigenti senza alcuna programmazione che risolvi i problemi. La strada, lo ripeto, è quella tracciata da Franceschini: la selezione di tecnici di qualità internazionale, non con una fede politica”.

Negli anni del Governo Crocetta la delega ai beni culturali è passata più volte da una mano all’altra, con numerosi rimpasti, difficile dare una continuità...
“Sì, saranno stati cinque o sei assessori”.

E qualcuno di loro ha lasciato una traccia? Si è riuscito a fare qualcosa?
“Lei se ne è accorto?”
Beh, è una domanda, non una risposta.
“Io la risposta gliel’ho data. Ora, vorrei essere chiaro: a prescindere dal galantomismo di alcuni assessori, è mancato lo spazio politico, il tessuto, il telaio economico di sostegno, un versante di appoggio sul versante della formazione, una capacità del politico ad appoggiarsi ad energie tecniche del territorio tali da poter dare, da un lato voce e dall’altro supporto a politiche di sviluppo e valorizzazione, ma è mancato un disegno politico generale che desse spazio a queste cose. Intorno alla cultura può girare l’economia, ma di tutto questo non c’è l’odore”.

Al momento il nostro patrimonio culturale sta facendo registrare numeri molto importanti. Lei vede comunque un rischio, quantomeno in prospettiva di un impoverimento senza interventi mirati?
“C’è il rischio, alla lunga certamente sì. Tenga presente che tanti decenni sono passati da quando la Regione Siciliana iniziò ad avere competenza esclusiva in tema di beni culturali. I musei dovrebbero essere aperti notte e giorno, le biblioteche idem, ma senza lo stanziamento delle giuste risorse non è certamente possibile. Non basta fare nuovi dei parchi o fare dei poli museali che spesso sono per i ‘polisti’ più che per i visitatori. Tanti anni fa dissi all’allora presidente della Regione che a chi va’ a visitare la Villa del Casale o la Venere di Morgantina andrebbe dato un premio, non fatto pagare un biglietto. Perché è un atto di eroismo arrivare lì, e una volta arrivati ti senti come un cittadino nel deserto. Adesso le cose sono migliorate, ma ricordo sempre come, rispetto alla Venere ebbi a dire al mio amico Francesco Rutelli che se l’avessero lasciata al Getty Museum avrebbe fatto un’opera di bene, perché almeno lì l’avrebbero vista ogni anno 5 milioni di persone, qui la vedono in 50mila.

Che pensa sarà del patrimonio siciliano tra vent’anni?
“Non faccio il chiromante. Più che altro dovrei sapere cosa succede nel quadro politico regionale, e in tal senso ci vorrebbe il mago Otelma, magari insieme ad un battaglione di carabinieri. Ovviamente non è un punto di programmi, di proposte da campagna elettorale. Al momento sente da tutti i canditati le cose più belle del mondo. Credo quindi sia meglio fare il giro degli ex presidenti e chiedere se loro, in coscienza, ritengono di aver fatto qualcosa per i beni culturali”.

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