Scajola al processo: «Il mio per Chiara era affetto vero»

Era un sentimento di “affetto vero” quello che Claudio Scajola, ex ministro dell’Interno di Forza Italia, per la “sua” Chiara avrebbe fatto di tutto. Anche mettersi nei guai. Cosa che puntualmente è accaduta: per Scajola nel 2014 sono scattate le manette ed ora è imputato nel processo "Breakfast per aver favorito la fuga di Amaedeo Matacena. Di fronte al procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia, Giuseppe Lombardo, l’ex ministro dell’Interno in quota Forza Italia, ha fornito la sua verità.

Altri dettagli emergeranno alla nuova udienza del processo che si terrà il prossimo 25 ottobre. In primis, ha allontanato ogni sospetto di contiguità con il latitante: “toccò a me nel 2001 la sofferta decisione di lasciare fuori Matacena dalle liste in Calabria dopo che aveva stravinto le elezioni contro l' attuale ministro Marco Minniti. Aveva già subito una condanna e per ragioni di opportunità decidemmo per una candidatura neutra, scegliendo il medico Caminiti”. Poi parla di Chiara Rizzo. E di come sia nato il loro rapporto: “Matacena si trovava ad Imperia e mi invitò a cena a bordo della sua imbarcazione d' epoca. In quella occasione conobbi la moglie, Chiara Rizzo. C'era anche il comune amico, l'armatore Ovidio Levebre, e la moglie Marzia che era grande amica di Chiara Rizzo”. Quindi l’inizio e l'evoluzione della frequentazione: “era il giugno 2013, Chiara mi informò in lacrime che il marito era andato via. Conobbi una donna sola e disperata, che aveva anche un risentimento verso il marito per la decisione di sparire. Era in difficoltà economica, psicologica e familiare: da lì nacque una frequentazione con trasporto e qualche sentimento”. Infine l’aiuto offertole per tirarla fuori dagli impicci: “Voleva restare a Montecarlo, dove senza un reddito significativo non ti fanno risiedere. E Chiara, che aveva vissuto nel lusso, in quel periodo aveva grossissime difficoltà economiche. Era stata costretta a trasferirsi in un monolocale! Secondo problema: fare rientrare i soldi che aveva nelle Seychelles, circa 700mila dollari che le erano stati donati dalla suocera; mi interessai con dei banchieri miei amici, sarebbe stata la soluzione ai suoi problemi economici. Terzo: le feci ottenere una consulenza da un collega parlamentare per mille euro al mese”.

Sorvoliamo sulla necessità di dover risiedere a Montecarlo. L’esistenza del conto da 700mila dollari in una banca delle Seychelles è stato confermato dalle deposizioni di Maria Grazia Fiordelisi, segretaria di Chiara Rizzo. La somma, donata da Raffaella de Carolis, madre di Amedeo Matacena, sarebbe servita per acquistare una casa in quelle isole. La Rizzo invece, scelse di utilizzarli per rinnovare il permesso di soggiorno a Montecarlo. Trasferire il denaro però non si dimostrò cosa facile. Il nome della Rizzo –sempre secondo la Fiordelisi- era finito su una black list americana a causa dei guai giudiziari del marito. Il reato di riciclaggio era dietro l’angolo. La Rizzo chiese aiuto un po' a tutti. Un funzionario della banca monegasca suggerì di far compilare un documento nel quale la De Carolis dichiarava di donare i soldi direttamente alla nuora. Scajola –per sua stessa ammissione- si adoperò “in tutti i modi, persino con l'ex amministratore delegato della Banca commerciale italiana, Gerardo Traggiotti, ed anche con gli amministratori della Cassa di risparmio di Genova”. Niente da fare: l’operazione risultò impossibile. Il collega parlamentare a cui fa riferimento Scajola è Ignazio Abrignani, presidente dell'Osservatorio parlamentare per il turismo. Il deputato di Forza Italia, di fronte agli inquirenti, ha ammesso di aver fatto un “contrattino” da mille euro al mese dal settembre al marzo del 2014, pagato a sue spese.

Una cortesia per un amico di lunga data. Scajola per l’appunto. La Rizzo, che secondo quella scrittura si sarebbe dovuta occupare di case e prefabbricati, non è mai stata vista sul posto di lavoro. Scajola era innamorato. Secondo l'ordinanza di custodia cautelare, era completamente “asservito” alla Rizzo. Le aveva messo “a disposizione un complesso apparato logistico ed una fitta rete di relazioni personali, per tutelarne gli interessi di natura economica”. La aiutò perfino ad agevolare la fuga della “mamma” (nome in codice per identificare il marito in fuga). Chiara si rammaricava di non aver chiesto il divorzio subito dopo la fuga di Matacena. Quando il marito, durante una conversazione telefonica intercettata, le disse "Ti amo, ti amo, ti amo tanto", lei rispose con uno sbrigativo "Anch'io, ciao ciao". Insomma Scajola intravide qualche spiraglio ma la Rizzo non si decise mai a fare il grande passo. E lui, ad un certo punto, perse la pazienza: “Ma basta! Senti, figliola, basta balle e sotterfugi, su... uno dice le cose com'è, ognuno ha il coraggio delle sue posizioni nella vita, no?” Nel febbraio del 2014, in piena latitanza del marito, la Rizzo venne colta da un paparazzo, al «Festival de la Comedie» di Montecarlo, in compagnia dell'ingegnere Francesco Gaetano Bellavista Caltagirone. Tra i due però, c’era solo un rapporto d’amicizia. Ma Scajola era geloso e decise di farla pedinare. Circostanza confermata sia dalla Fiordelisi che dalle intercettazioni e i pedinamenti della Dia. Fece spiare tutti i suoi spostamenti in territorio francese e monegasco e pretese di sapere anche a chi fosse intestata la Porsche Cayenne con la quale Chiara solitamente si spostava. Doveva assolutamente coprire che genere di rapporti intrattenesse con “l’Orco”. Così venne soprannominato Caltagirone da Scajola. E dire che i due, il ministro Scajola e il patron dell’Acqua Pia Marcia si erano tanto amati ai tempi della costruzione del porto turistico di Imperia, presieduto per un periodo dal commercialista di Messina, Nino Parisi Un affare per cui finirono entrambi coinvolti in un’inchiesta giudiziaria (scopri tutti i particolari sul settimanale 100Nove Press in edicola o nell’area abbonati).

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