La letteratura presa a colpi di… Manganelli

Apparso per la prima volta per i tipi della Rizzoli, nel 1982, viene adesso ripubblicato da Adelphi il libro di Giorgio Manganelli (1922-1990), intitolato Discorso dell’ombra e dello stemma (pp.192, euro 19), da lui stesso definito un saggio sulla letteratura, che conclude la trilogia dopo La letteratura come menzogna del 1967 e Pinocchio un libro parallelo del 1977.

Come ricorda Salvatore Silvano Nigro nella Postfazione, intitolata Cerimonie con l’ombra, il dattiloscritto inviato all’editore era stato intitolato “Dello scrittore e del lettore considerati come dementi”, ma l’editore Rizzoli nell’82 lo cambiò in copertina in Discorso dell’ombra e dello stemma e più compiutamente nel frontespizio come Discorso dell’ombra e dello stemma o del lettore e dello scrittore considerati come dementi. E l’attuale edizione di Adelphi ne è fedele riproduzione. Orbene, quando scrisse questo libro Giorgio Manganelli aveva 60 anni e ne erano passati circa 20 dalla costituzione a Palermo del Gruppo 63, formato da giovani scrittori come Nanni Balestrini, Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli, Umberto  Eco… E, ammette lo stesso Eco, si proponevano sfrontatamente come neoavanguardia di fronte a scrittori ormai affermati come Giorgio Bassani, Vasco Pratolini, Carlo Cassola… Questa mia premessa spiega il perché di questo libro non solo per la scelta del tema, ma anche per lo stile nel quale è scritto, che oscilla tra il romanzo autobiografico, il saggio, e il racconto di uno scrittore  che spiega al suo eventuale lettore cos’è la letteratura – se la letteratura esiste – in una continua dialettica con interlocutori
che restano sovente spiazzati dalle provocazioni,  dai non sense, dal ricorso all’assurdo o all’ossimoro, e che alla fine risultano complici, essi stessi, della medesima letteratura in fieri.

Il prefatore Nigro ricorda che Arbasino “convinto e affascinato dalle elaborazioni ingegneresche del virtuosismo linguistico di Manganelli, autenticamente falsificate e falsificatamente autentiche” ha scritto: «Molto probabilmente [il Discorso] è il capolavoro di un mago. Atro, egro, vertiginoso e misterioso come una Rovina Artificiale in una notte di tormento. Non porta scritto “romanzo”. Mi sembra il romanzo
più appassionante dei nostri anni. Anche il più mirabolante esercizio di Alta Letteratura…». Condivido il giudizio di Arbasino con un dubbio sulla definizione del libro di Manganelli come “romanzo”, dal momento che ritengo l’autore più propenso a scrivere pensando alla commistione di generi letterari, mantenendo sempre la sua irriverenza verso se stesso e verso gli altri lettori o critici che siano. A proposito della continua rincorsa del vero e del falso, al punto da non potere mai essere certi che si tratti di vero o di falso, l’epigrafe del libro «med fhefhekid», che significa «mi fece» spiega forse l’intenzione dell’autore di mettere il lettore sulle tracce del senso del libro, e aggiunge il prefatore Nigro che secondo Manganelli “chi scrive è trascritto dalle parole. Chi legge ne è letto”, in una rincorsa da vero a falso come nel caso del finto veterolatino della Fibula Prenestina, ritenuto un falso quando scriveva Manganelli e oggi non più. Non so se Manganelli – certamente a conoscenza della poetica del Nouveau Roman, di cui uno dei protagonisti centrali è stato indubbiamente Alain Robbe Grillet con il suo capolavoro Le miroir qui revient, ossia Lo specchio che ritorna (Spirali, 1985) – abbia in qualche modo interagito a propria volta con lo stesso Robbe-Grillet.

E, infatti, in questo libro tra romanzo autobiografico e saggio l’autore parla di letteratura e a suo tempo, recensendolo, dicevo che il testo oscillava “fra movimenti in avanti e ripiegamenti successivi, in una trama di ricordi, di frammenti, che alla fine si tengono in un equilibrio
unitario”. Orbene, non sia irriverente la citazione successiva di Mario Lunetta, il quale nella Prefazione a Novel di Lewis Job, pseudonimo
del sottoscritto (Il Ventaglio, 1994),parlando di Romanzo come Antiromanzo, diceva che chi scrive usa le parole e fa così letteratura – come afferma lo stesso Manganelli – ma anche non letteratura, come perdita del centro, frammentazione per esempio del personaggio in tanti altri: “E il suo senso più vero -continua Lunetta- che respira intensamente negli interstizi del suo «giocoso» procedere per linee oblique
che si incrociano come aliossi, è anche di una intransigente gestualità «politica», capace di atteggiarsi contro il senso comune dominante”.
Direi quindi che nel caso del Discorso dell’ombra e dello stemma non siamo di fronte ad uno scrittore che scrive un romanzo, ma che parla di letteratura non utilizzando la forma del saggio tradizionale, e che gioca con il lettore, rendendolo complice del suo parlare di letteratura, dando l’impressione di non farlo, in uno stile simile a quello di un racconto. Nel capitolo trentuno, che segna l’epilogo di quello che Andrea Cortellessa, nella sua recensione su “Il Sole24ORE” definisce un libro in cui “l’autore adotta la forma del trattato per rivoltarla e fare un’opera letteraria che parla del senso della letteratura”,  Giorgio Manganelli felicemente dice che “dai tempi dei tempi non è stato mai possibile sapere ciò che segue la morte, e parlare di letteratura; ora sappiamo che i due problemi sono strettamente imparentati.

Sulla letteratura si può solo fare della letteratura. Infatti, i libri generano libri, le parole, parole; non c’è altro da fare”. Ed io aggiungerei come qui appaia evidente la genialità di Manganelli, il quale continua: “Sì, questo libro è un sintomo di guarigione, non la guarigione. La pagina si è scritta; è quasi finita…”. Quanto al significato della parola ombra e della parola stemma dice Manganelli, nel capitolo 12 della ripartizione del suo trattatello sulla letteratura, che “la parola ombra e la parola stemma sono la medesima parola, non il reciproco doppio, né un sistema binario, ma assolutamente la stessa parola”. E prosegue affermando – se non ho capito male – che alla fine tutto si risolve in un gioco di parole e allo stesso tempo “chi scrive e chi legge debbono amare violentemente le parole che giocano”. E io preciserei: sulle quali stanno giocando la stessa partita (scopri tutti i particolari sul settimanale 100Nove Press in edicola o nell’area abbonati).

 

 

Luigi Ferlazzo Natoli

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