L’Editoriale – Siciliani al voto per abolire lo Statuto

Il governo con un colpo di spugna ha cancellato metà della manovra finanziaria di fine legislatura. Salta il ripristinato ufficio stampa alla Regione, salta l’equiparazione dei funzionari dell’Arpa, che si occupano di ambiente, alla fascia dei dirigenti più pagati della sanità. Ma soprattutto “saltano”, anche agli occhi, alcuni provvedimenti come la corsia preferenziale proposta dall’assessore al Territorio Maurizio Croce per i  progetti di “pubblica utilità”, per io quali era prevista la “scorciatoia”della deroga ai Piani paesistici.

Quello che emerge è che da cinque anni a questa parte, da quando al governo c’è stato Crocetta, il governo ha bocciato di tutto. Dalla legge sull’acqua, a quella sul “sale” del “demanio”: si volevano ospitare gratis le processioni a mare delle parrocchie. Ma si può? Da quando è stata abrogata la figura del Commissario dello Stato, la Regione potrebbe non esserci: se fa una legge di riforma ,come quella sulle ex Province, la stessa presenta un “bollino blu”: bocciata cinque volte, in cinque anni. Paralisi totale.

Mai la filosofia, il rango costituzionale dello Statuto, sono stati così calpestati. Ma una ragione c’è. Mai si è vista una classe politica così inconcludente e sbiadita come quella che sta per lasciare ora Sala d’Ercole.

Commissariata già dalla nomina di un assessore all’Economia, la Regione ha proseguito nella sua attività politica da “stracciona” proponendo litigi interni, già dai primi vagiti. I risultatati sono sotto gli occhi di tutti. E mentre Veneto e Lombardia vanno al voto per rivendicare più autonomia proponendo la Sicilia come esempio, l‘unica cosa che nessun politico siciliano oggi propone è l’abolizione dello statuto. Per minimo rispetto della memoria dei costituenti, oggi bisogna portare al voto i siciliani per fare abolire lo Statuto. Con un quesito di questo tenore: “Vuoi tu che venga ancora calpestato lo spirito e l’Autonomia dello Statuto votato dai padri costituenti?”.

Sarebbe l’unico caso nel quale molti siciliani, quelli che tengono alla loro dignità, che sono alla maggioranza, tornerebbero a votare. E non ci sarebbe più lo spettro del 55% di astensionisti, che ora come le sirene si chiamano alle urne, “anche turandosi il naso”, come diceva Indro Montanelli, per il voto “utile e disgiunto”. Di utile c’è nulla. Di disgiunto dall’Italia e dall’Europa, c’è la Sicilia. Che non potrà riprendere le redini del suo destino fino a quando nei manifesti si vedono facce così poco raccomandabili e forzatamente sorridenti. Già. Non s’è poi capito che c’è da ridere.

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